"Another Earth", di Mike Cahill

Another Earth

È tendenza ormai consolidata, specialmente nel cinema indipendente, quella della rinascita forte della cosiddetta fantascienza matura. Dagli ormai rodati Andrew Niccol e Richard Kelly per arrivare alle nuove leve Duncan Jones e Gareth Edwars, sembra proprio che ogni paranoia partorita dal nuovo millennio possa di nuovo tradursi nei profondi quesiti filosofici così connaturati al genere. Ed ecco arrivare l’ultimo esempio di giovanissimo regista (Mike Cahill, classe 1979, qui al suo esordio) fattosi notare al Sundance Film Festival del 2011 con questo Another Earth: c’è un pianeta blu che si avvicina spedito verso la Terra e ben presto si scoprirà che ne è l’esatto “doppio”. Un nuovo Melancholia: una forza identica e contraria che non puoi battere e non può batterti, dove tutto è speculare e dove c’è un altro te che cammina, respira e compie le tue stesse scelte (?).

Rhoda è una ragazza spensierata e spericolata come tante, sta guidando la sua auto capelli al vento e sguardo puntato al cielo, verso l’Altro, verso il Nuovo. Ma distogliendo lo sguardo da “questo” pianeta provoca un’immane tragedia: incidente automobilistico che distrugge un’intera famiglia lasciando in coma solo un uomo, un famoso compositore musicale. Ed è qui che inizia il film: la protagonista esce dal carcere, cambiata ed affranta, desiderosa di purgare il suo senso di colpa. Ma dopo quattro anni il puntino blu scoperto dagli astronomi è ormai un enorme Terra 2.0 posta all’orizzonte: l’incubo dell’incidente è sempre a portata di sguardo e allora Rhoda non può far altro che entrare nella vita e nel dolore di John, l’uomo superstite, tacendo sul proprio passato. Nascerà un amore e…

Bene, trama sin troppo classica, evidentemente. Come conquistarsi una redenzione terrena? Si può cambiare il nostro destino attraverso il libero arbitrio? C’è qualcosa oltre (lo specchio)? Il giovane Cahill intasa il suo film con una miriade di riferimenti altisonanti: dalla famiglia del compositore sterminata in un incidente stradale come in Film Blu di Kieslowski (citato apertamente anche in molte scelte fotografiche), all’immagine umana speculare più reale del vero che richiama il Tarkowski di Solaris; dai romanzi di Isaac Asimov (sulla scrivania della protagonista…), sino ad arrivare al mito della caverna di Platone citato letteralmente. Ecco: il vero grande problema del film di Cahill sta proprio nella sua evidente riverenza a questi modelli, trasformata immediatamente in ansia da prestazione registica che castra il respiro di un film soffocato dal pesante retroterra filosofico innestato sempre e solo dall’alto (dall’autore, che è anche sceneggiatore e direttore della fotografia) e mai dal basso. Mai dal cuore di Rodha e John o dai loro tormenti e sempre da una regia vagamente derivativa, piena di vezzi ridondanti come continui zoom su lacrime e sospiri o campi lunghi stranianti sul pianeta blu incombente. Insomma, si disegna passo passo il nostro itinerario di spettatori: è come se il regista fosse un giovane dottorato in biologia, la sua macchina da presa un microscopio e Another Earth la sua tesi di laurea che ha bisogno di (di)mostrarci. E sia chiaro, Cahill sa benissimo cos’è una bella inquadratura ed ha un innegabile talento per la composizione scenica, ma questo non basta. Ad Another Earth manca sia lo struggente calore di Sorce Code , sia il guizzo originalissimo e attrattivo di Monsters…o forse, semplicemente, manca qualcosa di profondamente “suo” che non sia il “doppio” di un qualcos'Altro.