"Antwone Fisher", di Denzel Washington

Lo sguardo di Washington accarezza i corpi messi in campo (da quello dei due protagonisti, a quello ugualmente curato di tutti i caratteristi), con uno sbilanciamento continuo che non ha paura di rischiare il vero e proprio mélo

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Antwone Fisher è la prima opera da regista di Denzel Washington ed è, comunque la si veda, un'opera importante per almeno due buoni motivi: mette in scena l'archetipo saccheggiatissimo del rapporto tra medico e paziente (stavolta sullo sfondo della marina militare) con grande senso dello spettacolo, e ancor di più si inserisce subito in una di quelle linee teoriche che tanto stanno a cuore ad un certo cinema americano odierno. Parliamo chiaramente di quelle opere che rispolverano il classico, iscrivendolo su di un corpo in continua mutazione. Bene, detto questo, diciamo anche che Washington mostra un senso della classicità da fare invidia a molti, e un uso dello spazio che tanto sa di onesto lavoro artigianale condotto frame by frame, senza però che lo sguardo si lasci mai vampirizzare dalle seduzioni della carineria pulita ed efficiente. Quello di Washington è anzitutto un film doloroso: parla di uomini (si tratta inoltre di una storia vera, sceneggiata dallo stesso Fisher del titolo), di rapporti mancati (straordinario in questo senso il rapporto di affetto che si crea tra il protagonista, in cura da uno psichiatra per delle improvvise reazioni di collera, e lo stesso psichiatra, interpretato peraltro dallo stesso Washington), di linee di fuga dalla chiusura ermetica del set militare, come voli pindarici oltre la claustrofobia di un luogo dis-umano. Ma si tratta anche di uno sguardo che accarezza i corpi messi in campo (da quello dei due protagonisti, a quello ugualmente curato di tutti i caratteristi), con uno sbilanciamento continuo che non ha paura di rischiare il vero e proprio melò, vissuto direttamente sulla pelle della visione. Washington costruisce una collaudatissima meccanica simpatetica, ma non se ne impadronisce mai per ricattare lo spettatore, o chiuderlo nella gabbia di un certo determinismo logico. La sua opera sta tutta negli occhi confusi di un bravo Derek Luke, in quelli passionali di Washington, ma anche nelle rughe del genere riadattato, in un semplice carrello che accompagna un corpo fuoricampo o ancora in un semplice dettaglio fuori cornice. E' questa l'essenza di un cinema ancora fresco, giovane, fortunatamente lontano dalle malizie arteriosclerotiche di tanti altri esordi (si veda solo quello di George Clooney) che non mancano mai di celebrare il funerale di un sguardo incapace di mettersi in discussione.


 


Titolo originale: Antwone Fisher
Regia: Denzel Washington
Sceneggiatura: Antwone Fisher
Fotografia: Philippe Rousselot
Montaggio: Conrad Buff
Musica: Michael Danna
Scenografia: Nelson Coates
Costumi: Sharen Davis
Interpreti: Derek Luke (Antwone Fisher), Joy Bryant (Cheryl Smolley), Denzel Washington (Jerome Davemport), Sally Richardson (Berta), Earl Billings (James), Kevin Connolly (Slim), Viola Davis (Eva), Rainoldo Gooding (Rashon Grayson), Novella Nelson (Sig.ra Tate), Yolanda Ross (Nadine), Kente Scott (Kansas City), Stephen Snedden (Berkley), Dè Angelo Wilson (Jesse), O.L. Duke (Zio Duke), Cory Hodges (Antwone a 14 anni)
Produzione: Antwone Fisher Productions, Hofflund/Polone, Mdp Worldwide, Mundy Lane Entertainment
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 117'
Origine: USA, 2002

 

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