Aprile, di Nanni Moretti

All’inizio volevamo raccogliere, come in un ‘bestiario’, le mille recensioni, dichiarazioni, il gran parlare massmediologico su Moretti e Aprile. Come una raccolta del peggio del peggio, simbolo/metafora del livello impossibile della stampa (e tv, radio, ecc.) italiana. Poi, come Nanni, abbiamo preso la Vespa e gettato per la strada tutto alle spalle. Chi se ne frega. Vogliamo parlare di quello che ci piace, non delle brutture nazionali.

E allora parliamo di Aprile. Film dolce, intimo, ‘politico’ ma non perché parla di Berlusconi e D’Alema (ogni volta ci stupiamo di come tutta la sinistra – tutta – riesca a farsi prendere così in giro da Moretti…) ma perché mette in gioco le pulsioni reali della vita. “Politica è fare una per una e tutte tuttele cose pensate” diceva un vecchio intellettuale di sinistra un tempo, e Nanni, magnificamente le fa. Sbagliando, anche. E rendendosene conto. Fare un documentario sull’Italia, il dovere dell’intelligenza. Fare un musical, il piacere del corpo. E, in mezzo, fare (e crescere) un figlio, cioè la vita.

All’uscita della proiezione un’amica mi chiedeva come si vede Aprile dal punto di vista di chi ha dei figli. Son rimasto perplesso, singolare domanda…eppure… eppure viene da pensare che forse, il problema del cinema italiano (e chissà, della critica) è proprio in questo metaforico “non avere figli”, non coltivarne, in tutti i sensi”. “È triste morire senza figli” raccontava Nanni nel finale del suo, straordinario, Bianca. Non elegia della paternità, né esaltazione dell’universo ‘bambino’ (ironizzato fino all’estremo nell’episodio più sottovalutato di Caro diario, Isole). Semplicemente, finalmente, il riconoscimento dell’altro da sé, ma, in qualche modo, anche, un “altro sé”, altro essere al mondo da voler, immediatamente, mettere al centro della scena.

E allora, la vittoria delle destre, poi quella delle sinistre. Il ‘dovere’ del documentario sul paese e, contemporaneamente, il senso interiore del rifiuto di tutto ciò. Perché Nanni mica è un “qualunquista qualunque”, che, come hanno scritto (oddio!) vuole tornare al privato…Che il privato è il politico lo sappiamo da almeno ventun anni…Il problema è di sguardo, di morale, di scegliere chi, cosa e come raccontare.

aprileE, in Moretti, la ragione dello “sguardo morale” prevale sempre, anche nei momenti di più “acuto morettismo”, quel narcisismo ostentato, quel voler essere sempre, a tutti i costi, al centro della scena e dell’attenzione. Nanni non fa nulla per essere ‘simpatico’ (e magari fa molto per risultare, al contrario, antipatico), ma questa non è una strategia,bensì la sua straordinaria sincerità di cineasta. Moretti è il suo cinema, i suoi film. E, in questo mondo di celluloide che ricompone, egli osserva il reale sempre attraverso il filtro etico che non è mai superficiale né ambiguo. Può infastidire che distrugga criticamente (?) film importanti e straordinari come Henry, pioggia di sangue, Heat e – soprattutto – Strange Days. Ma questo, a lui, è permesso. Perché intanto non è un critico, bensì uno spettatore. E poi perché la sua sincerità di sguardo risiede proprio in questo suo essere davvero spettatore, consumatore ‘comune’. L’uso che fa della canzone ‘popolare’ italiana in tutto il suo cinema è esemplare in tal senso. Non usa, strumentalmente, per darsi il marchio di ‘sinistra’, gli Almamegretta o i 99 Posse. No, Nanni non abusa mai delle cose che mostra, nette in scena. Egli preferisce ‘suonare’ Bruno Lauzi, Loredana Berté, Jovanotti. E lo fa con una forza evocativa davvero unica superata, forse, solo dal lavoro straordinario di Resnais in Parole, parole, parole.

aprile nanni morettiÈ questo suo punto di vista originale, particolare e comune allo stesso tempo, questo suo sentirsi parte di una minoranza ma comunque ‘parte di qualcosa’ che lo fa amare dal pubblico (e assai meno dalla critica).

Moralista straordinario del cinema italiano (come lo erano, a loro modo, solo Rossellini, Pasolini, Bene e pochi altri), Moreti ‘usa’ frammenti di vita quotidiana, privata e pubblica, per raccontare se stesso e il proprio mondo, e lo fa cinematograficamente. E, chi guarda lo schermo solo con gli occhi e con la testa, ovviamente non capisce. È un documentario? È un ‘home movie’, un filmino familiare? Dove finge? Dove recita? Dove è ‘realtà’?

Falsi problemi. Nanni fa il cinema. Lo fa con un uso dell’inquadratura tra le più ‘sapienti’ del cinema italiano degli ultimi trent’anni. Quando inquadra, quello che inquadra, come lo inquadra, per Nanni, è sempre una questione morale. E ha sempre il rispetto profondo per quello che mostra, sia esso Emilio Fede, il comizio di Bossi o il cambio dei pannolini del figlio Pietro.

Eppure, guardate come ha raccontato la tragedia degli albanesi, con l’umiltà e la vergogna del ‘mettersi in gioco’. Con la domanda stupida sulla differenza per gli albanesi di un governo italiano di destra o di sinistra…Ma pronto, appunto, a mettersi a nudo, allo stesso livello del suo interlocutore, quando, improvvisamente, gli chiede della nascita del prossimo bambino. Terreno in comune soggettivo, di vita quotidiana, di meravigliosa ‘umanità’. E lì lo sguardo si avvicina, non più intervistatore e intervistato, ma un neo padre e un futuro padre. Guardate come poi Moretti filma la nave piena di speranze, di illusioni (e come, incredibilmente, questa sequenza ricordi l’inizio di Titanic, altra nave, altre illusioni), di persone che sono fuggite in cerca di una vita migliore. Nanni filma la nave, ma in realtà filma le persone, gli esseri umani. E il lento carrello che ci mostra questa umanità coraggiosa e disperata al contempo è uno dei rari esempi di cinema umanista italiano, come non ne vedevamo da anni e anni.

aprile 1998Solo per questa sequenza Nanni meriterebbe l’Oscar (ma ci accontentiamo anche solo di una Palma d’oro a Cannes): questo è cinema! Questo è raccontare attraverso le immagini! E alla fine, con il suo amico Renato De Maria (altro simpatico ‘cineasta’ che abbiamo ‘morettianamente’ stroncato per il suo, secondo noi sbagliato, Hotel paura), Nanni che per tutto il film ha mostrato le sue certezze (“dobbiamo fare un documentario sull’Italia”) le sue paure (resistere al parto), le sue perplessità (i leghisti del Po) e le sue incazzature (la Puglia e la morte di centinaia di albanesi, e la sinistra assente), qui, difronte all’amico che con il metro gli mostra “quanto gli resta da vivere”, rimane lì, stupito, vulnerabile, a bocca aperta. 80-44 = 36. Il tempo restante. I replicanti di Blade Runner, esseri neo/dis-umani perfettissimi, piangevano chiedendo solo ‘più tempo’. Nanni rimane indifeso. E solo dopo gioca ironicamente con se stesso, gridando, in Vespa – di nuovo – avrei dovuto dire 95!!

Film sul tempo, sulla nascita, sull’amore e sul cinema, Aprile (e Moretti sempre più) se ne fotte delle forme narrative dominanti, lascia il documentario agli altri e realizza un nuovo tipo di cinema, personale, soggettivo, meravigliosamente in prima persona. Con quei narratori grandissimi che raccontavano non in terza ma in prima persona (ricordate Salinger?).

Abbiamo bisogno di questo cinema, di questa sincerità e moralità dello sguardo, di questo coraggio nel denuidarsi fronte a tutti, di questa cattiva, ironica e cpmbattiva voglia di vivere (e di fare cinema). Grazie Nanni, continua così.

Da Sentieri Selvaggi, n. 2, maggio 1998, pp. 30-31

Regia: Nanni Moretti

Interpreti: Nanni Moretti, Silvio Orlando, Silvia Nono, Pietro Moretti, Angelo Barbagallo, Daniele Luchetti, Corrado Stajano

Durata: 78′

Origine: Italia 1998