Aquile randagie, di Gianni Aureli

Nell’immenso archivio depositato nella memoria collettiva, nonostante gli anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale, si trovano ancora racconti in cui il coraggio dimostrato dai protagonisti ha saputo rendere indimenticabile le loro vite tanto da essere degne di essere ricordate.


Aquile randagie, distribuito da Cinecittà Luce e diretto da Gianni Aureli, trae evidentemente origine da questa semplice, ma sempre valida deduzione e si dedica, con passione indubbia, al racconto di un episodio che vide come protagonisti alcuni giovani milanesi e monzesi componenti del gruppo Scout Aquile Randagie.
Le leggi di Mussolini avevano reso fuorilegge l’associazione scoutistica, all’epoca di esclusiva appartenenza cattolica. Andrea Ghetti e Giulio Cesare Uccellini, detto Kelly, sfidando la legge ingiusta continuarono a svolgere le loro attività in clandestinità, fondando le Aquile Randagie che avevano come luogo di riunione segreto la Val Codera. I ragazzi non passarono inosservati, ma le violenze dei fascisti non riuscirono a fermarli. Dopo il 1943 insieme ad alcuni docenti del collegio San Carlo di Milano, alcuni preti più sensibili, tra i quali don Giovanni Barbareschi, e dissidenti rispetto ad all’apparato Curiale più distante da queste attenzioni, le Aquile Randagie hanno fatto parte di OSCAR – Organizzazione Scout Cattolica Assistenza Ricercati e con la loro attività riuscirono a far superare il confine svizzero a più di 2000 persone tra ebrei e perseguitati. Il loro giuramento sarà adempiuto completamente con il salvataggio di alcuni militari tedeschi e italiani autori di violenze, ricercati dai partigiani, chiedendo per loro una giusta pena con un processo giusto. Il resto è storia di giovani scout divenuti soldati dispersi, morti seppelliti in Africa o chissà dove.
Il merito principale del film è di avere ricordato i fatti, avere restituito dignità alla memoria di questi nomi e di avere reso pubblico un atto di coraggio con il quale migliaia di vite sono state salvate o almeno sottratte ad una legge ingiusta e discriminatoria.
Se da questo profilo metafilmico, si giunge a quello che costituisce la forma e l’estetica del film, è fuori di dubbio che bisognerà adeguare su altri parametri ogni conseguente giudizio. Il film persegue intenti precisi e queste intenzioni, ove non fossero evidenti, sono sintetizzate nelle parole dell’autore che nelle sue note di regia chiarisce: I motivi per raccontare un film sulle Aquile Randagie sono quindi molteplici: raccontare una parte di storia d’Italia che in ben pochi conoscono, rendere omaggio a una storia di coraggio realizzata da giovani, essere d’ispirazione per i giovani di oggi. Si tratta di un film diretto ai giovani, che vuole parlare loro con le parole dei giovani di un’altra epoca, quando un altro mondo sembrava impossibile, ed invece il cambiamento si realizza proprio grazie a loro: forse eroi, certo giovani fedeli e ribelli.
Aquile Randagie è quindi un racconto pedagogico il cui centro della narrazione è l’etica scout, che diventa, nella sua declinazione più generale, pietra angolare, nella sintesi più evangelica della concezione della vita. La tensione del film si rivolge tutta verso una solidarietà che è autentica e peraltro assai comune, ma non meno commovente, in quegli anni bui in cui i diritti umani delle minoranze in Italia non avevano alcuna tutela. Tutto avviene dentro una narrazione senza scosse e imprevisti, ma anche senza sorprese. Aquile Randagie, fatta salva ogni intenzione benevola legata al sacrificio di questi giovani di cui scorreranno le foto autentiche sui titoli di coda, soffre, diremmo quasi necessariamente, di un impianto televisivo evidente che determina anche una recitazione (soprattutto di alcuni interpreti) adattata a quel mezzo con una sorta di necessaria, ma a volte didascalica espressività insistita. La recitazione non a fuoco di alcuni degli interpreti, purtroppo appesantisce spesso le sequenze e si attenuano le buone intenzioni anche di ricostruzione degli ambienti e dei costumi. Non sono infatti da trascurare le ambientazioni cittadine che sembrano reinventare per l’occasione Milano tra vicoli e luoghi anonimi, polverosa e spaziosa nella sua semplice ricostruzione.
Il problema del film è l’assoluta “necessità” narrativa, come se non ci fosse altro oltre lo scorrere dei fatti, un vizio televisivo che penalizza l’impianto generale del film che resta comunque un ottimo documento per una storia importante e tutt’altro che banale. È come se si avesse bisogno, ogni tanto di pause dall’affollamento dei fatti pur scanditi da date e luoghi precisi, una pausa che diventi riflessione e permetta una maggiore familiarizzazione con i personaggi. Il film utilizza sicuramente una messa in scena semplice, senza fronzoli e immaginiamo facendo di necessità virtù per un film che si sicuramente è stato fortemente voluto. In questo senso Aquile Randagie resta utile per un suo utilizzo divulgativo che non è cosa da poco, utile ad incrementare la conoscenza e la volontà di quegli uomini che hanno reso oggi possibile la nostra vita libera. Al di là quindi di ogni evidente debolezza, di ogni incertezza di scrittura e di recitazione e di ogni altro aspetto, Aquile Randagie ha il merito di riaprire gli archivi della storia per rispolverare una vicenda che appartiene alla nostra trascurata memoria e per ravvivarla non è mai troppo o troppo banale quello che si fa, anche un film un po’ incerto, un po’ enfatico, ma pieno di nomi e cognomi tutti veri.

 

Un commento

  • Giacomo Andreani
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    Recensione molto bonaria per un film molto raffazzonato e pieno di incongruenze una su tutte la radiolina a transistor modello anni 70, all’epoca non avevano neache inventato i transistor (viaggio nel tempo ?).
    Enormi buchi di sceneggiatura, regia che si presta a poche spiegazioni storiche, recitazioni molto scarse, rendono il film praticamente invedibile.
    Peccato la storia non è male con un grande regista poteva uscirne qualcosa di serio..
    Regista e sceneggiatrice dovrebbero cambiare mestiere.

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