Ariaferma, di Leonardo di Costanzo

La mediazione estetica che si fa costantemente riflessione etica: un film bello e importante questo Ariaferma, Fuori Concorso a #Venezia78, con Toni Servillo e Silvio Orlando

L’aria è ferma nel carcere di Mortana, esattamente come il tempo. L’ordine di dismissione e chiusura della diroccata struttura carceraria ottocentesca è ormai quasi completato e si sta ultimando il trasferimento dei detenuti. All’improvviso, però, arriva un parziale contrordine: per questioni meramente burocratiche gli ultimi tredici detenuti non possono lasciare il carcere e una squadra di agenti penitenziari ha l’ordine di restare in servizio per pochi giorni. Una situazione assurda: “l’ordine di trasferimento può arrivare in qualsiasi momento, anche domani!” si ripete ossessivamente … il tempo beckettiano di Aspettando Godot (“oggi non verrà, ma verrà domani”) non è poi così distante…
Del resto, il cinema di Leonardo di Costanzo è sempre stato affascinato dai possibili intervalli colti tra fisica e metafisica degli spazi instaurando una fertile dialettica tra tensioni etnografiche e slanci finzionali. Ecco che l’imprecisata prigione immaginaria di Mortana (il film è girato in gran parte nell’ex carcere San Sebastiano di Sassari) apre una moltitudine di interpretazioni potenziali a partire proprio dalla sua tipica conformazione panottica: il punto di osservazione centrale e nascosto consente di controllare dal buio tutte le celle. Una conformazione ormai del tutto trascesa, però, perché colta da lunghe inquadrature sulle macerie spettrali mentre i pochi detenuti sono confinati a vista nella sezione interna del carcere. Lì dove i controllori non sono più invisibili ai controllati perdendo il potere dello sguardo e diventando in qualche modo sorvegliati e puniti anch’essi: “è dura stare in prigione, eh!” dice Carmine Lagioia/Silvio Orlando a Gaetano Gargiulo/Toni Servillo. Il primo è un boss malavitoso che sconta la sua lunga pena e il secondo un integerrimo agente che detiene il comando temporaneo del carcere nei pochi giorni rimasti di attività.

Veniamo al punto. Questi tredici detenuti non hanno più attività da svolgere o visite da ricevere, quindi si trovano in uno stato di eccezione che fa sorgere proteste spontanee e molti dubbi etico-giuridici. Ma questa è una situazione particolare, si ripete, che richiede misure eccezionali e temporanee… ecco, nei suoi tanti rivoli interpretativi Ariaferma intercetta sorprendentemente anche i discorsi urgenti sul bilanciamento tra la restrizione della libertà e lo stato di eccezione nell’era dei lockdown. Gli evidenti echi di L’angelo sterminatore o Il deserto dei tartari, quindi, creano naturalmente un magma significante che riflette su un’infinità di tematiche universali e/o attualissime.

Da queste premesse si dipana ogni linea narrativa: i tredici detenuti convergono nella protesta ma acuiscono le tensioni di natura etnica, culturale o morale mettendo in pericolo l’ordine della microsocietà. Un ordine che Gargiulo non vuole mai imporre con la forza rinunciando testardamente a chiamare ogni tipo di aiuto dall’esterno. Il discorso sulla metafisica del potere (e dei luoghi) è sempre più scoperto: i media, la tecnologia e le stesse istituzioni statali non sembrano mai in grado di penetrare lo spazio di Mortana che rimane un mondo a parte.
Insomma, se i codici e le regole ordinarie collassano è il contatto umano l’unica strada percorribile per evitare i pericoli dello stato d’eccezione: Gargiulo concede a Lagioia la possibilità di cucinare per i detenuti piantonando in prima persona tutta l’operazione. Faccia a faccia: questi due personaggi archetipici incarnano polarità inconciliabili che continuano a rivendicare orgogliosamente identità e ruoli sociali ma si trovano costretti dalla storia (e dalla Storia) a incontrarsi per un fine più alto. La sopravvivenza della comunità che rischia l’oblio impone nuove responsabilità.

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Lo spazio simbolico della cucina diventa il portale immaginario che sfocia in un’ultima cena tra detenuti e agenti seduti finalmente allo stesso tavolo. Un qualcosa “di mai visto”, dice Lagioia, che è conseguenza di un ulteriore stato di eccezione: la mancanza di energia elettrica. In quel buio Gargiulo e Lagioia riescono finalmente a finire un pasto completo condividendo anche la stessa preoccupazione: salvare la vita al giovane Fantaccini. Al di là di tutto.
Il contatto umano è ormai delegato al puro sguardo. Tanto che la scoperta improvvisa di una memoria condivisa oltre quelle mura smuove definitivamente l’ariaferma di Mortana aprendo simbolicamente la porta verso il nostro mondo che preme dal fuori campo. Esattamente come dai campi-controcampi in primo piano che distanziano detenuti e agenti si scivola pian piano verso inquadrature totali che ospitano nuovi necessari incontri. La mediazione estetica che si fa costantemente riflessione etica: un film bello e importante questo Ariaferma.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.67 (3 voti)
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