Arlecchino in prime time. Giorgio Pasotti e Matteo Bini a Roma

Le questioni chiave di un prodotto come Io, Arlecchino, esordio alla regia dell’attore Giorgio Pasotti con la manforte di Matteo Bini, le esplicitano i produttori Nicola Salvi e Elisabetta Soia nel loro scritto sul pressbook consegnato stamani ai giornalisti romani: “il progetto, nonostante il suo forte radicamento nel territorio, è facilmente esportabile al di fuori dei suoi confini, essendo caratterizzato dall’universalità dei temi trattati.” E ancora, “il modello produttivo ha permesso di far dialogare in modo efficace interlocutori pubblici e imprese private, che hanno deciso di investire in un progetto cinematografico in grado di realizzare un obiettivo comune: promuovere un territorio attraverso l valorizzazione dei suoi luoghi e delle sue tradizioni.”

Tutto cristallino, ma allora come convive la critica che la vicenda narrata dal film sembra muovere alla tv-spazzatura del dolore forzato e delle lacrime spinte, da cui proviene il protagonista (Pasotti) che riscopre però la verità passionale dell’arte iniziando a frequentare la compagnia amatoriale di Commedia dell’Arte dell’anziano padre (Roberto Herlitzka), con il finanziamento di mamma RaiCinema? “Il riferimento alla televisione è archetipico come l’intero universo della commedia dell’arte, non bisogna generalizzare né demonizzare, esiste anche una tv buona da cui tra l’altro provengono le interpreti Lunetta Savino e Valeria Bilello.”

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Herlitzka sorride: “il personaggio del produttore televisivo interpretato da Massimo Molea è in effetti in tutti i sensi una nuova maschera. Quanto a me, il grande Edmund Kean iniziò come Arlecchino e finì come Amleto, io ho iniziato come Amleto, e adesso eccomi qui!”

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Matteo Bini ritorna sulla diatriba mondo della televisione vs. vita in campagna sottolineando come quello della tv sia un universo che vive nel tempo della diretta continua, al contrario la dimensione rurale del paese adotta un ritmo decisamente differente. Ancora una volta, il film assume una valenza universale seppur ancorato alle location nel bergamasco perché invece di trattare il tema usuale dello svelamento, racconta di un personaggio che ritrova se stesso solo nel momento in cui indossa una maschera, compreso il finale con gesto iconoclasta a sorpresa giudicato degno degli exploit tv di Benigni o Celentano.

L’idea di lavorare sulla figura di Arlecchino è un sogno nel cassetto di Giorgio Pasotti, che si stupisce di come questo progetto possa essere solo oggi il primo dedicato dal cinema alla maschera del servitore di due padroni: “grazie all’idea di favola e leggerezza di Matteo Bini abbiamo potuto realizzare questo viaggio coraggioso, anticonvenzionale, a volte davvero incosciente. Se all’estero le tournée del nostro ultimo Arlecchino, Ferruccio Soleri, oggi 80enne, registrano ancora il tutto esaurito, da noi la maschera è rispuntata come simbolo meneghino nei giorni dell’Expo, ma sembriamo esserci dimenticati della sua natura anarchica, prorompente, di energia pura, capace di raccontare ognuno di noi.”

A vegliare sul film da dietro le quinte, Davide Ferrario, che ritrova Pasotti a qualche anno di distanza da Dopo Mezzanotte, quello già un esperimento su una fisicità da comica muta aggiornata ai nostri tempi: “Ferrario si aggirava sul set e a volte diceva che quella particolare scena non l’avrebbe mai girata in quel modo, ma che gli piaceva come fosse venuta, alla fine…”.