Asa ga kuru (True Mothers), di Naomi Kawase

La Kawase sembra aver smarrito definitivamente lo spirito di un tempo. Si sforza di trovare la formula che funzioni, quella più adeguata, perdendo di vista il cuore profondo di sé. #RomaFF15

È vero. Naomi Kawase non ce la fa più. È come se il suo cinema si fosse ormai costretto in una forma convenzionale, da “esportazione”, azzerando in un colpo solo la sua capacità di passare dal viscerale allo spirituale. Seppur torna a temi consueti, come la maternità, l’ansia, il travaglio, l’impossibilità e la liberazione del dare alla luce, tutto si traduce ormai nello schema meccanico di un melodramma forzato, in cui le vibrazioni si spengono in immagini troppo sature di emozione, per essere “autentiche”.

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Avrebbe dovuto essere a Cannes True Mothers, marchiato col bollino del cinema autoriale, dell’arte passata come merce di scambio. E, di fatti, il film sembra ormai un puro e semplice prodotto da mercato, di lusso certo, raffinato, ma pur sempre troppo artefatto e confezionato.

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Due madri per lo stesso bambino. Da un lato Satoko, la madre adottiva che ha cresciuto e accudito il piccolo Asato con la preoccupazione e la cura di chi avverte un’appartenenza precaria. Dall’altro Hikari, la madre naturale, che ha messo al mondo un figlio troppo presto e ha perso tutto, persino sé stessa. Due donne che vivono in pianeti diversi e che però non posso che ritrovarsi unite dallo stesso legame.

La Kawase passa da una protagonista all’altra, montando il racconto per flashback, spezzandolo in due atti che si toccano tra andate e ritorni. Vorrebbe restituire il senso profondo di destini che s’incrociano, ma l’attenzione eccessiva per la struttura finisce per diventare un peso, una zavorra. Non c’è più libertà nelle immagini, non c’è più tensione, non c’è più quel senso della natura che le animava un tempo, quella vertigine che sale di fronte all’intuizione del ciclo delle cose. Non c’è più anima né poesia. C’è solo sottolineatura, una densità di situazioni che diventano opache, non c’è più un oltre l’inquadratura, tra le righe, tra i silenzi. È tutto talmente in evidenza da essere sbattuto in faccia, una costrizione alla commozione.

Ecco, la Kawase sembra aver smarrito definitivamente lo spirito di un tempo, delle sue cose migliori. Sembra essere crollata sotto il peso di un mancato riconoscimento, di un complesso d’incomprensione. E per questo si sforza di trovare la formula che funzioni, quella più adeguata, perdendo di vista il cuore profondo di sé, della sua ispirazione. Il sentimento diventa ghirigoro, accademia, senza più pudore o delicatezza. E si spegne.

Cos’è una famiglia, cos’è una casa, cos’è un legame? Immaginiamo cosa avrebbe fatto Kore-eda con una storia simile. È una questione di sensibilità, ma anche di centimetri, metri, a volte pure chilometri.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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