Asakusa Kid, di Hitori Gekidan

Partendo dalla gioventù di Kitano, il film ragiona sull’immagine del celebre regista nipponico, al fine di articolare un processo di mitizzazione della più grande icona del Giappone. Su Netflix

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Nel momento in cui un cineasta si pone l’obiettivo di raccontare la parabola di vita di Takeshi Kitano, ripercorrendone possibilmente le varie tappe, è ben consapevole della necessità di adottare un approccio narrativo inusuale, rompendo con i classici codici rappresentativi del biopic. Se, infatti, i convenzionali tre atti di un film biografico richiamano le altrettante fasi di cui si compongono le parabole discendenti di molte personalità celebri (con il primo atto corrispondente alla formazione del protagonista dal nulla, il secondo all’ascesa verso il successo, il terzo alla progressiva caduta nel baratro del dimenticatoio), la carriera di Kitano, ovvero quella di un uomo che, raggiunto l’apice dello show business, non lo ha più abbandonato, non presenta una chiusa fallimentare, spingendo colui che adatta la sua storia a seguire una strada completamente diversa. Conscio di questo assunto, nell’adattare Asakusa Kid (distribuito da Netflix) Gekidan pone in essere un peculiare approccio narrativo per cui, lungi dal ripercorrere l’intera esistenza dell’artista più iconico e influente del Giappone, decide di raccontarne esclusivamente gli esordi di carriera (contraddistinti, in particolar modo, dal rapporto con il maestro Senzaburo), in un’indagine intimista e personale dell’uomo, prima ancora che del mito entrato nell’immaginario collettivo.

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Se nella prima scena, con il “Beat Takeshi” del presente, Gekidan articola un chiaro omaggio iconografico alla figura pubblica di Kitano (i tic nervosi, l’espressione apparentemente impassibile, l’andatura rigida, i costumi da yakuza dell’ultima trilogia degli Outrage), dalla seconda sequenza in poi rivolge lo sguardo verso il lontano passato, nel tentativo di delineare i prodromi alla base della formazione di una vera e propria leggenda vivente. Nonostante qui la narrazione sia tutta focalizzata sugli sforzi del giovane “Take” (Yuya Yagira) nell’apprendere dal proprio maestro le arti del comico, con la conseguente ricerca della propria traiettoria creativa nella comicità manzai, il film mostra di dialogare costantemente con l’immagine futura/presente del filmmaker di Violent Cop, presentandone l’essenza attraverso una sua parvenza. Ed è in questo contesto che l’opera funziona, soprattutto in relazione all’approccio interpretativo di Yuya Yagira (ex bambino prodigio del cinema giapponese, nonché il più giovane vincitore del premio al miglior attore al Festival di Cannes con Nessuno lo sa di Kore-eda nel 2004) che di Kitano non offre una fedele rappresentazione, nonostante ne riporti pedissequamente le espressioni facciali, ma una raffigurazione precisa della sua identità, inglobandone la pura essenza.

Dal momento che Kitano, nel corso della sua estesa carriera, ha costantemente ragionato sul suo posizionamento nell’immaginario comune, arrivando persino a mettere in questione sé stesso con l’autoreferenziale e metatestuale “Trilogia del suicidio” (proponendo in Takeshis’ un’indagine sullo statuto ontologico della sua immagine pubblica, proseguendo in Glory to the Filmmaker! con un’osservazione sulla natura del suo processo creativo da regista, per terminare in Achille e la tartaruga con una disamina su cosa voglia dire essere un artista nel Giappone contemporaneo), da tale prospettiva sembra filologicamente coerente la volontà di Gekidan di articolare, con Asakusa Kid, un ragionamento estetico sulla figura del celebre regista che passi esclusivamente attraverso la rappresentazione iconica della sua immagine.

Ciò che, di contro, limita realmente le aspirazioni del film, oltre ad un primo atto ingolfato e macchinoso, è il rapporto tra Kitano e il maestro Senzaburo (Yo Oizumi), la cui interazione ossessiva, per quanto delinei un lato più umano ed intimo del giovane Take, rischia di condurre la narrazione verso gli orizzonti del mélo, occultandone in parte l’istanza comunicativa di partenza. Forse, però, a conti fatti, quella seguita da Asakusa Kid è una delle poche vie attraverso cui è possibile rappresentare l’iconografia di un uomo di cui tutti noi abbiamo un’immagine differente, e raccontare, al cinema, il processo di mitizzazione della più grande e influente icona giapponese.

Titolo originale: id.
Regia: Gekidan Hitori
Interpreti: Yo Oizumi, Yuya Yagira, Mugi Kadowaki, Nobuyuki Tsuchiya, Ayumu Nakajima, Yūsuke Furusawa, Nana Komaki, Yōko Ōshima, Hiroyuki Onoue, Morio Kazama, Honami Suzuki
Distribuzione: Netflix
Durata: 122′
Origine: Giappone, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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