ASIAN FILM FESTIVAL 2006 – "Midnight Sun", di Norihiro Koizumi

Dietro le interessanti trovate di un moviemaker talentuoso sembra annidarsi un progetto produttivamente più ampio e ambizioso. Si tratta di un prodotto che va a schiacciarsi con consapevolezza su un formato particolarmente appetibile per le grandi platee occidentali. E lo fa con una precisione ed un senso della misura decisamente sorprendenti.

Probabilmente è proprio con film come questo Midnight Sun che è possibile misurare la forza reale – autoriale e produttiva – attualmente espressa dal cinema asiatico.
Non c'è traccia del celebrato "sguardo altro" in questo film del giovanissimo regista giapponese Norihiro  Koizumi, nessuna deflagrazione delle coordinate filmiche occidentali, né il consueto minimalismo orientale dello svuotamento degli spazi e degli ambienti sonori: un insieme di stilemi che, qualche anno addietro, ha forse corso il rischio di ridimensionare la straordinaria complessità di questo cinema ad una sorta di uniforme trend espressivo.
E invece prodotti così calcolatamente e dignitosamente medi – così commercialmente smaliziati in un certo senso – provvedono a fugare ogni eventuale dubbio sulla presunta fugacità dell'avanzata orientale, confermando una volta in più il ruolo di assoluta centralità del cinema di questa zona del mondo.
Midnight Sun cuce insieme una sorridente storia d'amore adolescenziale e gli oscuri abissi di una malattia. Un male raro e spietato che obbliga la protagonista a sottrarsi ai raggi del sole ed a confinarsi in casa fino al tramonto. La malattia degenerativa circoscrive il suo mondo tenendola ad una atroce distanza di sicurezza dalla vita e dall'amore, ma non prosciuga la sua voce ed i suoi sogni musicali. A coronarli arriverà un album che la ragazza lascerà in suo melodioso ricordo e sulle cui note scorrono i titoli di coda.
Koizumi porta sullo schermo alcuni segni di un'identità espressiva già radicata: il modo in cui la messa in scena viene quasi simmetricamente spezzata – ad esempio – per sottolineare la separazione tra la diciannovenne protagonista ed il resto del quadro.
Oppure l'uso che viene fatto delle luci nei passaggi dall'oscurità degli interni al luccicare della notte giapponese. E poi c'è questa meravigliosa e dolorosa sequenza che sancisce la definitiva esplosione del male stringendo su una mano che scivola sofferente lungo il manico di una chitarra. Una mano che ad ogni disperato tentativo di riaggrapparsi alle sei corde riproduce, inesorabile, il suono deforme della malattia.
Ma dietro le interessanti trovate di un moviemaker senza dubbio talentuoso sembra annidarsi un progetto produttivamente più ampio e sfacciatamente ambizioso. Si tratta di un prodotto che va a schiacciarsi con consapevolezza su un formato particolarmente appetibile per le grandi platee occidentali. E lo fa con una precisione ed un senso della misura decisamente sorprendenti: le frequenti sequenze videoclippate e millimetricamente accordate con i motivetti pop, proprio come avviene in certi telefilm delle nostre parti; le agili accelerazioni del racconto che sintetizzano le "fase felici" della storia; l'abbondanza di scene-madri che durano esattamente quanto devono, non un secondo in più né uno in meno.
Che il vero "sguardo altro" del cinema asiatico sia in realtà puntato sui botteghini europei?

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