ASIAN FILM FESTIVAL 2020 – A Girl Missing, di Kōji Fukada

A girl missing racconta di una donna finita nell’occhio del ciclone, perseguitata della stampa, sola ed abbandonata, in un quadro generale desolante di famiglie disgregate ed amori non corrisposti

Ichiko è un’infermiera privata irreprensibile, al servizio di una famiglia da molto tempo, tanto da essere diventata quasi parte di essa. Mentre si prende cura della nonna, coltiva un rapporto speciale con Motoko, la primogenita. Un giorno la sorella di Motoko, Saki, scompare nel nulla e ben presto si scopre che il rapitore è il nipote di Ichiko, Tetsuo. Alcune confidenze fuori luogo di Ichiko attirano l’attenzione morbosa della stampa, e travolta dalle circostanze, in un attimo la sua vita finisce nel vortice del ciclone. Ed insieme alla rispettabilità perde amicizie ed affetti, con l’onta di un’accusa vergognosa pendente sulla testa.

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Yokogao (A Girl Missing), in concorso a Locarno e ora all’Asian Film Festival romano, analizza l’effetto devastante di una campagna mediatica scatenata ai danni del presunto colpevole, pronta a servirsi di strumenti subdoli per rincorrere uno scoop, con l’alibi di ferro del dovere di cronaca. La persecuzione prende la forma di un assedio, casa e luogo di lavoro presidiati, quotidianità stravolta, privacy calpestata senza ritegno. Evidenzia uno scostamento dal reale reso possibile dalla distorsione del più diretto canale comunicativo, il dialogo, limitato dall’incompreso, per ingenuità o per distrazione. La forza sta nel cerchio ambiguo in cui vivono i personaggi, protagonisti e comprimari, e nelle loro relazioni impeccabili, caratterizzate da ampie zone d’ombra. La percezione di un’ingiustizia, insinua il sospetto di una fiducia malriposta, manipolata per cattiveria. Di pari passo alla diffusione dello scandalo, e all’arrivo delle sue ovvie conseguenze negative, comincia un graduale isolamento della vittima. Un climax che aumenta nello spettatore la sensazione di un sopruso tramite le reazioni della protagonista.

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RIFF AWARDS 2020

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Il vero carburante narrativo è però il subplot emotivo, una storia d’amore non corrisposta, il desiderio represso e sostituito dal rancore. Vendetta e gelosia. Famiglie ridotte a cellule disgregate. Tematiche molto vicine al  film precedente del regista, Harmonium, presentato a Cannes nella sezione un Certain regard. L’amore come ritorsione, disposto nel suo furore cieco a rinunciare al possesso solo in cambio della distruzione dell’oggetto amato. Pronto a renderlo debole e vulnerabile per offrirgli poi protezione. Ed ottenere invece, una volta scoperto il gioco, niente di più di un risentimento e la voglia di rivalsa. Lo sguardo di un’ipotetica vita di coppia è rassegnato, subordinato a dei legami formali, da costruire per convenienza, senza il trasporto e l’incoscienza dell’entusiasmo. Semplici doveri. Come l’accudire un malato o crescere un figlio. Forse proprio per sostenere le premesse banali di un disastro, nella cornice di un mondo arrendevole e sfiduciato, il film rinuncia quasi totalmente ad una colonna sonora, e sviluppa dei silenzi esplosivi dentro atmosfere ordinarie, strutturati in funzione della storia, per un epilogo inevitabile. Tranne per la concessione di qualche raro momento di fuga, nel caos rumoroso di un locale notturno o tra le braccia rassicuranti di un lago, semplici orpelli in un quadro generale desolante.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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