ASIAN FILM FESTIVAL 2020 – Sadako, di Hideo Nakata

Sadako, presentato al Fantasia Film Festival 2019 e ora all’Asian Film Festival della Casa del Cinema a Roma, è il nuovo capitolo di una delle saghe horror giapponesi più proficue di sempre e che ha portato il j-horror al successo internazionale, dando vita a elementi iconici nel genere quali il pozzo, i mostri che escono dalla tv, vittime che muoiono di paura e la stessa Sadako, ciascuno elemento che appare in una qualche forma in ognuno dei film della saga. Torna la ragazzina del pozzo, con il suo aspetto vacuo e i lunghi capelli neri, entrata prepotentemente nell’immaginario dell’orrore; e nonostante gli anni trascorsi dà ancora i brividi assistere all’iconica inquadratura di lei che esce dal pozzo.

A cinque sequel dal primo capitolo giapponese, datato 1998, con addirittura quattro remake oltre alla versione ‘made in USA’, che ha a sua volta due seguiti, Hideo Nataka torna dopo 14 anni a lavorare sul franchise di Ringu (The Ring); era già autore dei due film originali, Ringu e Ringu 2, nonché del secondo film di The Ring realizzato per Hollywood nel 2005. Il franchise ha avuto origine nel genere letterario con l’omonimo libro scritto da Kōji Suzuki, pubblicato nel 1991, a cui sono seguiti cinque romanzi sequel – uno dei quali ha ispirato anche quest’ultima pellicola.

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Il titolo di questo capitolo non lascia fraintendimenti, riferendosi senza troppa immaginazione alla malvagia figura di Ringu, usata per portare la storia negli anni odierni e utilizzarne la mitologia al fine di parlare del presente e della rivoluzione tecnologica. L’innovazione infatti risiede solo in questo avanzamento, con Sadako Yamamura (Samara Morgan in Occidente) che porta scompiglio non più con una vecchia VHS ma tramite un servizio di streaming video; la maledizione di quest’entità maligna viene così portata nell’era dell’internet. Data la rapidità in cui i video vengono diffusi oggigiorno il video in cui viene catturata l’immagine di Sadako diventa virale, portando gli eventi a peggiorare velocemente. Una ragazzina affetta da amnesia viene ricoverata nell’ala psichiatrica dell’ospedale di Tokyo; è riuscita a malapena a sopravvivere a un incendio appiccato da sua madre la quale, a causa dei suoi poteri telecinetici, l’aveva ritenuta la reincarnazione di Sadako. La psicologa, Mayu Akikawa, affezionatasi alla paziente, è allarmata dalla scomparsa del fratello, produttore di video online che stava riprendendo un’escursione tra le rovine della casa bruciata della ragazza, e a causa di eventi sovrannaturali che collegano la sua nuova paziente alla maledizione di Sadako parte alla ricerca dell’unico parente rimastole.

Ringu è un horror che nel 1998 ha rivoluzionato il genere in Giappone, lanciando una serie di horror paranormali costruiti intorno alla paura oppressiva; a sua volta il trend, arrivato anche a Hollywood, ha influenzato altri prodotti americani con una serie di imitatori che hanno reso la visione di Nakata una delle precursori più influenti dell’horror di inizio ventunesimo secolo. The Ring è stato, a livello visivo, il film horror mainstream più forte tra quelli che hanno rappresentato la tecnologia come una minaccia, sottolineando un passaggio molto sottile tra vecchio e nuovo, dal pozzo del misticismo al televisore, aprendo già allora le porte al nuovo millennio. La cassetta che trasmette la maledizione e il nastro magnetico che cattura più che le semplici immagini sono intendibili come una metafora di come guardare solo attraverso uno schermo sia equiparabile a far propagare un virus, rappresentato dalle immagini infette che vengono fuori dal televisore. La vera innovazione stava proprio in quel VHS, ora sostituito dai video in rete; ed è per questo che Sadako arriva qualche anno in ritardo, dal momento che cerca di portare in scena elementi già noti con l’aggiunta di dettagli tecnologici senza però riuscire realmente nell’innovazione di una critica social-tecnologica che anzi va pure a togliere l’elemento più caratteristico e incisivo: la VHS. La denuncia alla tecnologia era già riuscita nel primo capitolo del franchise, anche se la storia del fratello stavolta serve per provare a dire qualcosa di valore sul mondo egoistico dell’internet.

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Sadako cade nella sua stessa trappola mortale: l’iconografia è innegabile, ma è stata usata così tante volte che ormai è pura nostalgia, per quanto possa ancora essere resa inquietante anche l’immagine più normale, come lei che si posiziona dietro alla protagonista. Non è difficile rendere spaventosa Sadako, dal momento che è sempre riuscita nel risultare inquietante pure nella sua semplicità iconografica, eppure si tratta alla fine di un capitolo con molti concetti classici della serie ma senza elementi originali che possano intrattenere chiunque non ne sia appassionato.

Sadako però non è interamente senza meriti, grazie a Nakata e allo sceneggiatore Noriaki Sugihare. Qualche jump scare efficace c’è e l’esagerazione formale potrebbe anche essere vista come creativa, ma il vero punto di forza resta insito nella paura, nella potenza di quest’entità che spaventa a morte (letteralmente); e infondo non è certo l’aggiunta peggiore degli ultimi anni, specie se comparato al crossover (La Battaglia dei DemoniSadako VS Kayako), rimanendo sì un sequel di routine ma anche nostalgico e familiare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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