At the Sea, di Kornél Mundruczó
L’opera di Mundruczó è un ritratto svogliato e superficiale di una donna tormentata da un’infanzia difficile e da un istinto autodistruttivo. BERLINALE76. Concorso
C’è ancora una volta una donna in pezzi al centro del cinema del regista ungherese Kornél Mundruczó, non a causa di un lutto, come nel precedente Pieces of a Woman, ma per una forte dipendenza dall’alcol e i ricordi di un’infanzia difficile da dimenticare. At the Sea racconta la storia di Laura (Amy Adams), un tempo volto della rinomata compagnia di danza del suo defunto padre, un coreografo geniale di nero vestito e dedito a ogni tipo di sostanza. Schiacciata dall’eredità paterna, Laura si abbandona all’alcol fino a raggiungere un punto di non ritorno a causa di un incidente stradale che ha coinvolto anche il figlioletto. Dopo un percorso di riabilitazione, Laura torna nella casa sulla spiaggia di Cape Cod, da una famiglia che non è ancora pronta a riabbracciarla. Il marito è molto diffidente, la figlia adolescente Josie è ostile e restia a perdonare l’assenza della madre, mentre il piccolo Felix resta distante senza riconoscere in Laura una figura materna. I momenti di finta spensieratezza al mare mettono a dura prova la riabilitata Laura, tra le difficoltà finanziarie, una famiglia da risanare e gli ex colleghi che la spingono a riprendere le redini della compagnia.
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

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Se Pieces of a Woman era frutto di un’esperienza traumatica condivisa con la moglie e sceneggiatrice abituale Kata Wéber, qui forse il regista non ha creduto abbastanza alla sua stessa storia. La traiettoria di Laura è costellata da un susseguirsi di inquietanti flashback dall’infanzia e immagini della fatidica notte dell’incidente stradale, testimoniata dall’evidente cicatrice sulla gamba. Un modo di mettere in scena l’inconscio della protagonista che non lascia molto spazio all’interpretazione e, soprattutto, appare ripetitivo e svogliato. Un approccio che insegue l’allegoria e il facile simbolismo che spesso si riconosce nel cinema del regista ungherese. L’impulso autodistruttivo che ha contraddistinto l’esistenza della donna nasce dal pessimo rapporto sviluppato col padre, un uomo immerso nel suo lavoro che ha trascurato la figlia, la quale ha sempre cercato di essere “vista” e poi capita. Ma non è concepibile limitare la caratterizzazione di un personaggio a questo singolo trauma di decenni prima associandoci una dipendenza qualunque e aspettarsi che il film possa funzionare da sé. L’opera di Mundruczó si limita alla superficie, senza affondare nella psiche di una donna completamente in balia degli eventi e nel bel mezzo di un lento processo di guarigione.
In un mondo spietato come quello dello spettacolo, Laura, da figlia del “capo”, ha dovuto imparare a essere la più forte, la più cattiva e la più ubriaca. Così la figlia adolescente sta crescendo sola, triste e frustrata, esattamente come la madre, in un circolo vizioso di malintesi e incomunicabilità. Come spesso accade, si diventa ciò che si è sempre odiato e, per quanto riguarda Laura, il rapporto madre-figlia segue le stesse dinamiche di quello padre-figlia. In tutto ciò il percorso di Josie si snoda tra scappatelle adolescenziali e incidenti imbarazzanti, tra cui un apparecchio ortodontico incastrato nei jeans di un ragazzo e la successiva “fuga” isterica verso la spiaggia, conclusa con un ballo a due insieme alla madre.
I rapporti restano appena abbozzati e banalizzati, come quello col marito, pittore fallito e condannato all’indecisione, e soprattutto l’incontro fortuito con un venditore di aquiloni (Brett Goldstein) che non aggiunge nulla alla storia e sembra del tutto superfluo. Il problema principale del film è proprio la poca lucidità con cui gli autori hanno delineato il ritratto di questa donna e di tutti i volti che la circondano, soprattutto considerato il talento di Amy Adams che in questo caso non è stato affatto sfruttato. Di questa donna ricca e di successo e dei suoi problemi legati all’infanzia ci interessa davvero poco, tantomeno se la famiglia sarà costretta a vendere la magnifica villa sulla spiaggia ereditata dal padre, e una scena di danza qua e là di certo non aiuta.
Corso di Sceneggiatura in presenza a Roma dal 16 marzo

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