Athena, di Romain Gavras

Un film adrenalinico di rivolta tra una comunità islamica e la polizia. Tecnicamente pregevole ma con poche sfumature, in qualche modo in ritardo sui tempi. Concorso.

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Atena in mitologia greca è la dea della guerra. Ma è anche il nome di un quartiere della periferia di Parigi dove di fatto vediamo combattere una vera e propria battaglia tra una comunità di residenti islamici e le forze dell’ordine. L’origine degli scontri è la morte di Amir, un tredicenne aggredito mortalmente da alcuni poliziotti. O almeno è questo quello che credono i rivoltosi. Il nuovo film di Romain Gavras, il quarto, sembra ripartire dalla dissolvenza in nero che chiudeva Les misérables di Ladj Ly, o addirittura dalla famigerata “parabola dell’atterraggio” lanciata ben trentacinque anni fa da L’odio di Matthieu Kassovitz ed entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ovvero una lenta preparazione allo scontro finale nelle periferie. Film predittivo quello di Kassovitz. Capace di anticipare scontri sociali e sottogeneri cinematografici. E quindi eccoci a questo scontro finale adrenalinico e muscolare.

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Athena di Romain Gavras è un vero e proprio film di guerra. Porta il sotto-genere “rivoltosi vs. polizia” alla più estrema dimensione spettacolare e immersiva. Tantissimo videogame. Pochissimo reportage. Più che raccontare uno spaccato di ribellione periferica, a Gavras sembra interessare rifare Apocalypse Now all’interno di una banlieu. E quindi via libera a esplosioni, fumogeni, piani sequenza elaboratissimi e “impossibili” (la scuola è quella Lubezcki/Cuaròn/Iñárritu?). L’obiettivo è stare attaccato ai personaggi e seguirli convulsamente nei loro movimenti frenetici di fuga e/o aggressione. Soprattutto i due fratelli protagonisti: da una parte Abdel, il poliziotto che cerca con tutte le sue forze di placare gli animi e cercare di evitare l’assedio, dall’altra il più giovane e impulsivo Karin, ossessionato dal desiderio di giustizia e pronto alle rappresaglie più estreme. Nulla che non sia già stato raccontato, e meglio, nei famosi videoclip dell’autore (Stress degli Justice e No Church in the Wild di kanye West e Jay-Z su tutti). Perché a Romain Gavras piace rappresentare la rivolta e renderla estetica, ma stavolta ci sembra nascondersi dietro il suo stile. Non riuscire ad arrivare a un vero e proprio centro dell’attenzione e a una capacità di rinnovare il suo linguaggio. E i personaggi sembrano comparse automatizzate, senza una storia o un “sentire proprio”. Al punto che il suo ci sembra un film già in ritardo sui tempi, in qualche modo vecchio e regressivo rispetto alle sfumature e alle ambiguità del mondo di oggi (qui il paragone con un film simile come il poderoso Shorta dei danesi Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid è perdente). Un passo indietro nella carriera del cineasta.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
3.5 (4 voti)
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