ATLANTIDE 2008 – "L'Ordre" di Jean-Daniel Pollet (Idea di un'isola)

 Cosa ne diranno i dottori? La lebbra dei medici è semplice: è l’ordine. Se il mondo sano applica garze e cancella il malato dal registro della vita, la vita stessa reclama il suo senso perfino reclusa in un’isola dimenticata, paradiso infernale, e in soli 40 minuti si ascolta la sua voce, che è indignata contro il mondo dei compassionevoli, degli atterriti: Jean Pollet esplora la malattia (come metafora, di disordine sociale) e un cantore quasi cieco compatisce il mondo civilizzato, a cui apparteniamo, in corsa per la decadenza, dal suo isolamento eterno. Un documentario su di noi. GALLERIA FOTOGRAFICA. VIDEO.

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 La tragedia fa vedere, ma così facendo mette in contatto. Se così è, nella rappresentazione tragica non si dà né assoluta immedesimazione, né totale distanza, ma affondo e mascheramento.
H. Blumeberg, Naufragio con spettatore

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L’obiettivo di Pollet finge l’occhio del lebbroso che guarda da fuori il mondo (purissimo, azzurro mare greco spiato da finestre, crepe, pietre, fessure, falsi muri, erba che affiora tra le scorciatoie, l’orizzonte, vie d’uscita rattoppate) e già solo per questo viene perseguitato, tormentato, punito con la metamorfosi o con la mostruosa assurdità del processo degenerativo, comunque espulso, col rischio di assumersi tutte le colpe del suo esilio dal mondo. Questo documentario è un altro naufragio nel cinema che, non troppo diversamente da come nel teatro greco si metteva in scena un dolore contemporaneamente certo e imprevisto, ci sfiora come un antidoto alle immagini stereotipate del morente, del vivente condannato a morte, toccando la rimozione, l’epidemia, il contagio, la "volontà di potenza" di un sistema che incrinare con il pensiero di una sofferenza senza senso diventa imperdonabile. L’immagine, che è un grido e una domanda, ci scaraventa addosso l’isola di Spinalonga, dove nel 1904 vengono reclusi per cinquant’anni, disperatamente vivi benché cancellati dai registri statali, come sono cancellati da una piaga i loro occhi e le loro dita, tutti coloro che all’orecchio del mondo fanno risuonare il campanello, lo spauracchio della lebbra come nella favola di Wilde; e vola infuriato in una zona di concentramento sanitario accanto ad Atene, dove vengono condannati al più beffardo tradimento: subire l’umiliazione della "riabilitazione" , un nuovo ergastolo cristallino, dove la reclusione e il dolore sono soltanto regolamentati, peggio, organizzati. È qui che i lebbrosi (per sempre, anche guariti) devono organizzare a loro volta la loro esistenza, come noi facciamo progetti: il loro progetto è prepararsi a morire ancora una volta. Non diversamente da una civiltà in cui si manifesta una continua allusione metaforica, mascherata dalle forme contenitive dell’ospedale, del sanatorio, a una corruzione che non è più soltanto biologica, organica, ma assume le forme sospette del contagio e quelle, considerate riprovevoli, della debolezza, della fiacchezza morale: emblema di decadimento che comincia quando diviene visibile: e Pollet ci parla: la vita dei sani nella suagettatezza non è forse una lunga agonia, eppure la morte stessa non diventa contagiosa, per noi, solo quando comincia a vedersi? Se la foto è un tradimento, se tanti sono in visita guidata all’isola-prigione per giocare con la letteratura e col fascino mostruoso del disfacimento, uno dei sopravvissuti, portavoce – il suo viso e il microfono che raccoglie le sue parole inquadrato a vista per rammentarci che ci sta parlando direttamente – ci colpisce duramente ricordandoci quante volte li abbiamo traditi semplicemente non lasciando parlare la loro verità: così, Pollet decide che è troppo facile inquadrare i volti e i corpi corrosi. Meglio riprendere la vita delle pietre, del mare, delle inferriate e degli spazi aperti che infine sono eguali. Gli accade soltanto alla fine, di mostrarceli, in una cavalcata disperata che li accarezza tutti, correndo come un tale che corre per un sentiero, strappandoli alla loro condizione di deportati, portandoli nella nostra vita se noi ci ostiniamo a chiudere gli occhi strettamente. E lì rimangono, instillandoci il dubbio di aver fondato una società meno alienata della nostra, noi tanto abituati a negare la nostra carne da inventare forse sempre nuove malattie, per restringere lo spazio terrorizzato dei sani, e obbligarci a morire soli in mansuetudine regolamentata e reparti sterili, mentre loro si tengono la mano.

 L'Ordre di Jean-Daniel Pollet (1973) – un estratto

 

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