Atlantide, di Yuri Ancarani

Nella sezione Orizzonti, una delle sorprese più belle del festival è il film di Ankarani. Flusso d’immagini e storie ai margini di una Venezia morente accompagnata dalla Trap di Sick Luke

Daniele è un giovane di Sant’Erasmo emarginato e solitario con la passione, come tutti i suoi coetanei, per i “barchini”. Motoscafi elaborati che sfrecciano, colorati dalle luci a led, sulla laguna a suon di Trap. Parlare della trama di Atlantide non è semplice. Il punto di partenza è un fatto di cronaca, su cui poi il regista ha svolto un lavoro d’osservazione durato all’incirca quattro anni. Lo stesso regista, Yuri Ancarani, ha confermato più volte come il suo sia stato un lavoro a metà tra l’indagine documentaristica e l’effettiva progettazione. Una sceneggiatura in divenire insomma. Dove si passa prima dall’immagine preesistente per poi, tramite il montaggio di cui si occupa lo stesso Ancarani, andare a completare il processo di scrittura. Il tutto con un approccio libero e costantemente aiutato dalla onnipresente colonna sonora firmata Sick Luke.

Al protagonista interessa il rispetto, lo dice chiaramente alla propria ragazza. Ed è una richiesta che non fa solo a lei, ma all’intera comunità. È un personaggio in cerca di riscatto che vuole arrivare in testa alle classifiche di velocità con il suo barchino modificato, ma tutto ciò che farà per ottenere il successo gli si rivolterà contro. Portandolo ad affondare dentro una Venezia psichedelica, fatta di alcool, droghe e violenza. Nascosta a pelo d’acqua e ben lontana da piazza San Marco e dagli sguardi dei turisti.

Al Lido di Venezia Ancarani, presente con il film ad Orizzonti, è arrivato su uno dei barchini dei suoi ragazzi. Passando dall’Excelsior si dice sia stato fermato dai carabinieri, come nella migliore delle tradizioni. Corpi estranei, Moondog koriniani, pronti a portare un po’ di poesia del reale nel festival del glam. È un’invasione vera e propria, potente e rumorosa, come quella sul finale del suo film verso piazza San Marco. Pura ribellione, pura invasione dal basso che canta Tony Effe e viene accompagnata da Sick Luke tra i solenni palazzi veneziani. Ed è invasione anche dal punto di vista linguistico. Perché per Ancarani vale un po’ lo stesso discorso che si fece durante la Festa del cinema di Roma per Gipo Fasano e il lavoro sul videogame svolto per Le Eumenidi. Dove i violenti pariolini rompevano la realtà tramite i codici segreti di GTA, riuscendo a proteggersi dentro la bolla della Roma bene e di nascosto far compiere un movimento verso il centro al male e al “marciume” che, cinematograficamente parlando, nell’ultimo periodo ha sempre abitato le periferie. È una nobilitazione di un linguaggio contrario al cinema, che per anni ha ricercato strutture e schemi che adesso sono saltati. A favore di una maggiore immersività e libertà.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Filmmaker e video-artist Ancarani lavora tra documentario e cinema. Non rispetta delle strutture narrative, non sono importanti. Si abbandona sotto cassa al flusso di immagini. E se Fasano si appropriava del linguaggio del videogame, il regista di Rimini si appropria del videoclip e ne fa centro del suo progetto filmico. La macchina viene presa d’assalto, il film procede tra grossi blocchi di videoclip Trap a bordo barca, dove l’unica cosa importante è prendersi la scena. I suoi personaggi sfondano la quarta parete, entrano in contatto diretto con lo spettatore per sedurlo. Finalmente sono al centro del fotogramma. Spingono ed eccedono, finalmente visibili, finalmente protagonisti nonostante siano cartacce in mezzo ai vicoli di Venezia. E si fanno trasportare dal vento e dall’acqua che li attira come una sirena sempre più verso il baratro di una città da dominare, come la vita, prima che tutto diventi acqua, prima che tutto affondi per sempre.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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