Avatar – Fuoco e cenere, di James Cameron
Psichedelico e sciamanico, il terzo capitolo della saga è un film sulla ciclicità della violenza. Un intermezzo in un mondo di maturazioni e sconfitte, dove vita e morte si fondono ineluttabilmente
Partiamo da un fatto: Avatar – Fuoco e cenere non è un film. È un trattato di filosofia. La filosofia di James Cameron. Risolta la questione formale con l’appropriazione definitiva, reinventata in forma pittorica e autoriale, del 3D come unica (ultima?) tecnologia elettiva per rilanciare e perfezionare l’esperienza del cinema in sala in contrapposizione alla fruizione domestica, a Cameron ormai interessa soprattutto approfondire la visione politica e spirituale della sua idea di mondo e di spettacolo. Ma se il primo episodio del 2009 serviva a settare un nuovo modo di “vedere” e Avatar – La via dell’acqua era già un saggio sulla resilienza e quindi su un nuovo modo di “sentire”, questo terzo capitolo diventa emblematicamente l’episodio sulle scelte da compiere, sul “fare”, ovvero sul combattere.
È un film di guerra Fuoco e cenere. Lo è fin dal titolo, che sembra annunciare una apocalypse now molto in linea con i conflitti del mondo contemporaneo da Cameron stesso tirati in ballo pubblicamente. “Il fuoco dell’odio lascia solo la cenere del dolore, ma quel dolore, quella perdita, quel trauma, alimentano il fuoco dell’odio e si ripetono all’infinito” ha detto il regista in un’intervista, citando poi successivamente in modo diretto le guerre in Ucraina, Sudan e Gaza.
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È quindi un film sulla ciclicità della violenza, che qui aggiorna la dicotomia tra Na’vi e colonizzatori umani, per inserire un terzo soggetto: la tribù indigena del Popolo della Cenere, la cui capotribù è la dark lady Varang, ennesima straordinaria figura femminile del cinema del regista canadese, una stregonesca ed erotica villain interpretata da Oona Chaplin. Il Popolo della Cenere crede nella morte e nella distruzione, rifiuta la connessione euristica di Eywa, l’entità divina protettrice dei Na’Vi e di Pandora. E così Varang diventa l’alleata e la compagna ideale del colonnello Quaritch, ancora una volta ossessionato dall’annientare Jake Sully e dal riprendersi il figlio Spider, cresciuto tra i Na’Vi. Come già accadeva nel film precedente, Fuoco e cenere diventa quindi anche un film sulla Famiglia e sul conflitto tra padri biologici e padri adottivi, in una interessante convergenza con uno degli altri grandi film dell’anno, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Due film in cui i genitori e i figli fuggono e si inseguono costantemente e che nell’abbracciare, più o meno esplicitamente, le letture politiche del mondo contemporaneo, sembrano trovare la loro strada nella contrazione di un cuore interiore, di un nucleo affettivo e familiare da ricomporre e proteggere dalle minacce (politiche? sociali?) esterne. Non è un caso, infatti, che questo terzo, rocambolesco, capitolo, si sviluppi nel ricordo e nell’elaborazione del lutto di Neteyan, il figlio morto alla fine de La via dell’acqua, un fantasma spirituale che muove il subconscio di Jack Sully e famiglia.
Forse anche per questo Avatar – Fuoco e cenere, narrativamente meno complesso dei precedenti, essenziale nella definizione di dialoghi e sentimenti e forse fin troppo diluito in lunghissime scene d’azione (3h e 15’ di durata, la più estesa della saga) al punto da sembrare, sotto certi aspetti, il film più artigianale e cormaniano del regista dai tempi del primo Terminator, ecco, probabilmente è per la sua natura “intima” e familiare che il film funziona soprattutto come “pausa” di riflessione del cineasta, uno stand-by pieno di “cose” cameroniane da diluire in formato kolossal e bigger than life. Ma è anche un trattato (filosofico, dicevamo all’inizio) lieve, astratto, psichedelico, estremamente legato alle incursioni sciamaniche e lisergiche della Controcultura anni ’60 e ’70 su cui il giovane Cameron si è formato.
Dietro l’imponente, ambiziosa, rivoluzionaria, persino narcisistica e ambigua, personalità artistica e imprenditoriale del cineasta, si cela un film spettacolare ma oscuro, forse persino consapevolmente involuto. Come se l’autore e la sua saga qui volessero prendersi un po’ di tempo, e immergersi in un intermezzo dentro un mondo fatto di maturazioni e sconfitte, dove vita e morte si minacciano e si fondono ineluttabilmente. Pandora e il cinema forse non sono più il sogno utopistico con cui salvare l’immaginazione e la storia dell’uomo. Film dopo film, Cameron sembra elaborare questa crisi ideologica, etica e artistica dei tempi che corrono. E mai come stavolta si affida alla possibilità, dello spettatore contemporaneo, di intercettare il “senso” di un film.
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Titolo originale: Avatar: Fire and ashes
Regia: James Cameron
Interpreti: Sam Worthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Oona Chaplin, Sigourney Weaver, Cliff Curtis, Kate Winslet, Jack Champion
Distribuzione: 20th Century Studio
Durata: 195′
Origine: USA 2025






















