Avventure di un uomo invisibile, di John Carpenter

È bello vederti”, “È bello essere rivisto”: il fugace scambio di battute tra Nick Halloway e Alice Monroe è fondamentale per stabilire in leggerezza la qualità dell’approccio carpenteriano al tema dell’invisibilità. Che non è (più) il potere codificato da H. G. Wells e in grado di rendere il singolo individuo una sorta di pericolo ambulante, ma una variabile impazzita in grado di ridefinire la percezione del sé e l’approccio con gli altri. Nick Halloway, viene detto chiaramente, era invisibile prima ancora di diventarlo: un uomo solo, senza amici, impegnato in giornate sempre uguali fra l’arte dell’arrangiarsi e quell’agire sbruffone di chi non ha niente da perdere. “Born out of time” come il Napoleone Wilson di Distretto 13 o marginale come il John Nada di Essi vivono, Nick non ne possiede però le precipue qualità, quella capacità di vedere oltre che aveva reso quei predecessori gli innegabili eroi dei più classici racconti del regista. Al contrario Nick è fallibile, lievemente odioso, e solo quando perde la sua capacità di “essere rivisto” può iniziare un processo utile finalmente a “vedere” se stesso e il mondo. Non a caso Avventure di un uomo invisibile inizia davanti a una videocamera, vede i cattivi impegnati con visori termografici e lavora sul contrasto tra piano oggettivo e soggettivo con un’attenzione che sembra rimandare all’incipit di Halloween – e la curiosa assonanza del nome del protagonista sembra quasi intenzionale, non fosse che “Halloway” deriva, come gran parte della storia, dall’omonimo romanzo di H. F. Saint.

La teorizzazione sull’essenza della visione che Carpenter porta avanti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta – fra il calzare gli occhiali del già citato Essi vivono e lo “spegnimento del mondo” di Fuga da Los Angeles – è pienamente compiuta già nella bella scena del risveglio di Halloway, in cui lo spazio è ridisegnato dalle “aperture” delle pareti in parte invisibili nella struttura altrimenti compatta dell’edificio. Una sorta di concept architettonico astratto che si sposa alla visione in soggettiva che rifonda il punto di vista del protagonista. Le implicazioni non sono naturalmente figlie del semplice divertimento: se all’epoca l’idea viene vista come sciocca o velleitaria – Il Washington Post stronca il film perché “non è un film, è una crisi d’identità” – oggi è più facile apprezzarne il precipitato sociologico di una società anni Novanta che inizia a interrogarsi su quanto ha seminato socialmente negli anni Ottanta dello yuppismo sfrenato.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Ma c’è anche altro: c’è la dinamica estremamente interessante che il film stabilisce con la grande tradizione Universal che negli stessi anni è rilanciata dalle nuove versioni d’autore di Dracula e Frankenstein e che qui viene rivisitata in piena opposizione dialettica. Se L’uomo invisibile di James Whale accetta la teorizzazione wellsiana di invisibilità come potere oscuro, Carpenter la rilegge come maledizione che affligge il suo protagonista e ne mostra le carenze: Nick si scontra per strada con chi non lo vede, prova orrore per la digestione visibile, ha difficoltà nel manipolare gli oggetti perché non vede le sue mani o nel dormire perché le palpebre sono trasparenti. In un certo senso, Avventure di un uomo invisibile indossa davvero gli occhiali di Essi vivono per mostrare quanto problematico sia un mondo che la fantasia aveva ridisegnato come enorme scenario di possibilità. Non stupisce da questo versante l’impegno di Chevy Chase che vedeva nel film un viatico per una nuova carriera da attore drammatico – Carpenter ricorda comunque il lavoro con lui come molto difficile a causa della sua insicurezza.

La sfida è in ogni caso condotta con rispetto, perché a fronte di tanta acutezza tematica, il film resta comunque una commedia romantica dai dialoghi fulminei alla Hawks, discreta ma puntuale nelle citazioni (Nick che si toglie le bende è un chiaro omaggio al citato precursore di Whale), con atmosfere metropolitane opprimenti alla 1997: Fuga da New York. Per Carpenter era il tentativo di intrecciare Starman con Intrigo internazionale – ma Daryl Hannah è molto più della classica “bionda in pericolo”. Sicuramente un esempio di blockbuster intelligente, sempre in grande leggerezza.

 

Titolo originale: Memoirs of an Invisible Man

Regia: John Carpenter

Interpreti: Chevy Chase, Daryl Hannah, Sam Neill, Michael McKean, Stephen Tobolowsky

Durata: 99′

Origine: Usa 1992

Genere: fantasy