"Azur e Asmar", di Michel Ocelot

Bianco e nero, ying e yang, bene e male, oriente e occidente. Tutti opposti solo apparenti secondo un elementare quanto "risolutivo" assioma filosofico che "nessuno dei due potrebbe esistere senza l'altro". E su questo (s)nodo gorgiano che lavora incessantemente tutto lo splendido e spietato cinema d'anima(-zione) del francese Michel Ocelot, risposta europea all'ancien régime della Disney e ai nuovi colossi digitali Pixar e Dreamworks, al suo quarto lungometraggio (dopo Kirikù e la strega Karabà, Principi e Principesse, Kirikù e gli animali selvaggi) con questo Azur e Asmar (Premio Unicef nella sezione "Alice nelle città" alla Festa del cinema di Roma) del quale è sceneggiatore anche questa volta: quattro colpi sparati e quattro centri. Dopo la terzina bidimensionale, in quest'ultima opera Ocelot ripropone le proprie sfide di raffinatezza formale e morale (ri)superandosi e rilanciandoci in un magnifico universo poetico, per la prima volta in 3D, che stordisce anche per profusione di colori, forme e odori nella scia letteraria de Le mille e una notte e del Candide di Voltaire… nel mondo ocelotiano il barocchismo trova sempre un perfetto equilibrio con la compostezza e l'asciuttezza che irradiano fin dai primi fotogrammi i due protagonisti, Azur e Asmar, il primo biondo e con gli occhi azzurri, l'altro con capelli e pelle scura, cresciuti entrambi dalla madre naturale del secondo, balia al servizio del ricco padre di Azur. Ricco ma anche crudele perché deciderà di scacciare la balia e Asmar quando manderà Azur a studiare in città con un precettore. Ed è ancora una volta la fiaba (quella sulla fata dei Djins che entrambi i protagonisti sognano di conquistare superando prove in perfetto stile odisseico) a dipanare l'intreccio morale che si focalizza sulla barbarie razzista con limpidezza esemplare ribaltando stilemi (gli occhi azzurri percepiti come segno di maledizione dal mondo arabo che spingono Azur a fingersi cieco, la piccola principessa già saggia come un adulto, la povera balia che diventa nel suo paese una ricca mercante) e trovando soluzioni di originale ed esemplare rigidità come nella scelta di non doppiare le parti di dialogo in lingua araba "perché l'incomprensione linguistica serve a far capire la difficoltà della condizione dfimmigrato". E, forse, il nucleo più intimo di Azur e Asmar è in quel messaggio di limpidezza cristallina e respiro universale che li/ci riguarda e che suona così: "il loro sangue ha lo stesso colore" e che dovrebbe tappare la bocca per sempre a qualsiasi (s)ragionamento razzista.



  


Titolo originale: id.
Regia: Michel Ocelot
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 97'
Origine: Francia, 2006