Baby Driver – Il genio della fuga, di Edgar Wright – La recensione in anteprima

Dopo il disastro di Ant-Man, progetto cullato per anni e sfilatogli all’ultimo dai Marvel Studios, poco propensi a sostenere le sue ambizioni indipendentiste, era chiaro che Edgar Wright bruciasse dalla voglia matta di tornare su un set.  Con Baby Driver, suo sesto lungometraggio, Wright ha l’occasione per ottenere la propria rivincita nei confronti di Hollywood, sfidandolo sul suo stesso campo. Il regista inglese, sin dagli esordi, ha dimostrato di saper cavalcare meglio di altri le mode citazioniste e le derive pseudo-postmoderne. Le sue storie diventano calibrate e iper-saporite fusioni di generi, topos e riferimenti pop, prodotti dall’alto tasso di gradevolezza e dall’immediato e facile consumo.  Se la trilogia del cornetto, soprattutto per il coinvolgimento degli amici di sempre Simon Pegg e Nick Frost, era attraversata da commoventi e personali rituali dell’amicizia pluriennale tra regista e attori, è con questa nuova conversione americana che il gioco di Edgar si manifesta in tutta la sua programmatica e solida artificialità. Baby Driver è, infatti, un film che gioca, fin troppo con i modelli e le citazioni, in un loop visivo e narrativo che, pur intrattenendo sempre con efficacia, in più di un caso diventa autoreferenziale, cinefilia popolare di maniera.

Scimmiottando la mania di molti autori europei di esordire nel cinema americano con il solito road movie, Wright realizza il suo personale film sulla strada. Il regista mette in scena una lunga serie di coreografie, con le macchine come ballerini e l’asfalto come dancefloor, e si rifà chiaramente ai classici. Baby Driver, con la leggerezza studiata al dettaglio dei suoi stunt, vola tra i generi, partendo dagli action anni 80 fino alla baby driver 2New Hollywood, soffermandosi ossessivamente sul musical degli anni d’oro. Come fatto da Chazelle in La la land (film gemello a questo), Wright mette in bella mostra gli originali e le fonti, schiacciato dalla solita voglia di dimostrare cultura e dal piacere sincero dell’omaggio. Il meccanismo citazionista, oltre che nelle immagini e nella storia, tocca il suo massimo nel lato musicale. La colonna sonora ossessiva, ultra-cool e sovradimensionata (in un collage che, siamo sicuri, entusiasmerà Tarantino, padrino di questa generazione d’autori) segue tutti i protagonisti, non lasciando libera nessuna inquadratura. Il ritmo degli inseguimenti, dei balli e delle sparatorie, scandito da un nuovo pezzo, da un’altra canzone, entusiasma nei primi minuti ma, alla fine, lascia sfiniti tutti, spettatori e protagonisti.

E’ impossibile negare la bellezza della love story del protagonista (perfetta l’alchimia tra la splendida Lily James e Ansel Elgort, novello Ryan O’Neal), la divertente caratterizzazione dei criminali e la forza di ogni singola scena d’azione. Wright è un ottimo narratore. Il problema di Baby Driver, però, è nel fatto che il regista, per la prima volta da solo in sceneggiatura (niente Pegg, niente Cornish) si lascia completamente prendere la mano. Wright, e di questo è ben consapevole, vive una luna di miele con la critica anglosassone. gif critica 2Comodo nel suo status di geniale enfant prodige, sa che il suo enorme credito gli garantisce di poter osare ogni cosa.  E’ questa “presunzione” che gli ha permesso, più dei suoi film precedenti, di innamorarsi ciecamente dei tic dei suoi personaggi, di calcare i dialoghi, di girare intorno a una situazione.  La perfezione del plot di piccoli divertissement  come Hot Fuzz (dove ogni elemento, più o meno autoreferenziale, era dosato con intelligenza) lascia lo spazio a una pellicola ipertrofica e ipercinetica, furba nel vendersi come la risposta perfetta per un pubblico bramoso di farsi bombardare di immagini facili, di idee limitate.

 

Titolo originale: Baby Driver
Regia: Edgar Wright
Interpreti: Lily James, Ansel Elgort, Kevin Spacey, Jon Bernthal, Jon Hamm, Jamie Foxx, Flea, Sky Ferreira
Origine: Gran Bretagna,USA, 2017
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 112′