BABY DRIVER. Incontro con Edgar Wright

Il regista è a Roma per presentare il suo nuovo sorprendente film, probabile vetta della sua poetica del rimando, esaltante atto di resistenza in un mercato di franchise e cinecomics. In sala 7/9

Il crescente successo al Box Office in patria di Baby Driver, il nuovo film di Edgar Wright, è una notizia rinfrancante per un mercato che mai come in questa stagione mostra il cinema mainstream, dei blockbuster e degli Studios, alle corde: la creatura del regista inglese non viene da un fumetto né da una saga precedente, costruisce la propria stessa mitologia e il terreno di riferimento attraverso il consueto gioco di rimandi incrociati caro allo stile dell’autore, ma senza esigenze di franchise o merchandising espanso. In un’industria di cinecomics, il fatto che si tratti di un’opera artisticamente felicissima, probabile vetta della concezione del mezzo da parte di Wright, è quasi meno significativo della sua importanza come atto di resistenza, indicazione di un’alternativa possibile al cinema popolare e da “grande pubblico”.
Cosa vuol dire alla fine essere indipendenti, si chiede proprio Wright, a Roma per incontrare la stampa in vista dell’uscita in sala italiana del film, il prossimo 7 settembre. “La differenza tra Baby Driver e uno dei miei lavori precedenti, mettiamo Scott Pilgrim, è che per capire quello dovevi essere necessariamente fan di quel tipo di roba, altrimenti già soltanto il trailer ti mandava in confusione. Questa storia è invece subito comprensibile ad un tipo di audience più vasto, ha un ‘vestito commerciale’, ma questo non significa che per me sia meno personale. Alcuni cineasti dividono la loro produzione in film fatti per loro stessi, e film realizzati per gli Studios. Il mio trucco è cercare di far convivere le due cose, in questo caso la formula del film di rapine e inseguimenti è più che altro un cavallo di Troia per infilarci dentro le mie ossessioni musicali e cinefile: il 90 % delle canzoni che ascoltate nel film era già segnalato in sceneggiatura…”.

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E’ in effetti innegabile che Wright utilizzi la formula della “genesi” di una nuova sorta di supereroe con superproblemi e superabilità, e relativa nascita del supercattivo invincibile, per ribadire come, in un mercato dove quello che sembra contare maggiormente è la costruzione di un universo di partenza internamente coerente e verosimile, allora è possibile utilizzare la storia stessa del cinema di genere per costruire per l’appunto un universo che ne rimetta in gioco forme e canoni, una playlist di opere cinematografiche che scorre in parallelo a quella musicale, e non è un caso che di Walter Hill si senta solo la voce, nel finale, come se fosse un’altra delle tracce audio che accompagnano l’avventura del protagonista (e tra l’altro, a dare voce proprio al patrigno di Baby!).
“Ho sempre girato i miei film per amore del genere, l’horror, la commedia, la gif critica 2fantascienza… qui Driver L’imprendibile era un riferimento preciso e irrinunciabile, ma Walter non ha mai voluto vedere il film nelle proiezioni riservate, è andato in sala al primo giorno di programmazione. L’avevo conosciuto anni prima, moderando un incontro con lui proprio dopo una proiezione di Driver, a Los Angeles. E poi, dopo aver visto il film, mi ha telefonato, entusiasta. Proprio un bel modo per inaugurare l’uscita di Baby Driver in sala!”.

In questo coming of age “al contrario, Baby è già un eroe nel suo campo ad inizio dell’avventura, il suo percorso è quello di tornare indietro ad avere una vita normale”, Wright non ha dimenticato la “dimensione morale” dei gangster movie degli anni ’30, la loro “natura etica”: “preferisco il realismo a quei finali con la grande fuga verso l’orizzonte, da spettatore mi son sempre chiesto cosa succedesse 15 minuti dopo quel tipo di scena conclusiva…”. A proposito di gangster, nel film ce ne sono due, entrambi premio Oscar, Jamie Foxx e Kevin Spacey: “durante le sequenze con i due in scena insieme, ripetevo sempre in un orecchio al mio direttore della fotografia ‘questa è un’inquadratura da doppio Oscar!’.
Wright è in giuria a #Venezia74, dopo aver fatto parte tempo fa di quella del Sundance: essere giurato è per il regista soprattutto una maniera per vedere sul grande schermo film che altrimenti sarebbe per lui molto difficile poter condividere in sala, insieme ad un pubblico, per via del poco coraggio delle distribuzioni.

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