BAC Nord, di Cédric Jimenez

Un poliziesco infuocato, massacrato da parte della stampa francese con l’accusa di essere di parte. Non dà tregua e cresce notevolmente nella parte carceraria. Su Netflix

A Marsiglia non si vede il mare né il porto. Per Friedkin, in Il braccio violento della legge, lo scontro tra polizia e criminalità si svolgeva anche da quelle parti. Cédric Jimenez con BAC Nord porta la lotta all’interno, in mezzo a palazzi filmati come confini invalicabili. Una collisione tra I miserabili e i polar di Olivier Marchal, in mezzo alla luce infuocata della fotografia di Laurent Tangy che prefigura l’anticamera dell’inferno.

Presentato fuori competizione al 74° Festival di Cannes, il film si basa su una vicenda realmente accaduta a Marsiglia nel 2012 quando 18 agenti dell’unità BAC NORD (brigade anti-criminalité) sono stati arrestati e accusati di traffico per traffico di droga e racket. Jimenez mantiene la stessa ambientazione spazio-temporale e racconta la storia attraverso tre poliziotti – Greg (Gilles Lellouche), Yann (Karim Leklou) e Antoine (François Civil) – che sono spesso impotenti a combattere la criminalità dei quartieri nord della città. Spinti dai loro superiori che vogliono raggiungere risultati veloci e soddisfacenti per risolvere il problema, gli agenti si trovano costretti ad applicare i loro metodi illegali stabilendo il contatto con un’informatore in cambio di droghe leggere. All’inizio sono appoggiati dall’alto. Poi vengono abbandonati al loro destino dopo una retata che si era conclusa con un grande successo.

BAC Nord parte dalla fine, con l’immagine delle impronte digitali prese a Greg. Poi lascia piombare dentro una guerra forsennata, tra inseguimenti, arresti improvvisi o sotto copertura, faccia a faccia come nell’acceso confronto tra Greg e uno degli abitanti del quartiere prima che il poliziotto sia costretto a ritirarsi, e scene di violenza su trafficanti che hanno cercato di intascarsi il denaro per conto proprio e sono stati scoperti.

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Dopo aver guardato con nostalgia al poliziesco anni ’70 in French Connection, con il suo quarto lungometraggio il cinema di Cédric Jimenez tira fuori i muscoli. Scritto, come tutti gli altri suoi film, con la moglie Audrey Diwan quest’anno premiata a Venezia come regista con il Leone d’oro per L’événement, BAC Nord è stato massacrato da parte della stampa francese imputandogli di essere totalmente dalla parte dei poliziotti. “Libération” l’ha attaccato sostenendo che non solo è fascista ma mostra le ’50 sfumature di destra’. L’accusa di “Le Monde” riguarda invece il modo con cui sono stati mostrati i tre agenti, dei buoni professionisti vittime delle loro gerarchie. Forse il discorso andrebbe un po’ ampliato. Per I miserabili intanto si poteva fare lo stesso discorso. Ogni volta che gli agenti entrano in campo, si rischia una rappresentazione manichea. BAC Nord, oltre alla costruzione dei personaggi, entra però soprattutto nel vivo dell’azione. Non giustifica e non giudica. Mostra l’impeto violento ma anche la fragilità dei tre agenti, i momenti di fuga in cui possono respirare (la scena a casa di Yann e della moglie Nora, interpretata da Adèle Exarchopoulos prima della corsa in ospedale dopo la rottura delle acque). Certo, a tratti gli abitanti del quartiere Nord di Marsiglia sono filmati come degli zombie, con maschere in faccia e pronti a moltiplicarsi prima di circondare gli agenti. Ma c’è anche uno dei migliori momenti del film in cui i poliziotti portano via a forza un ragazzino e lo portano via con loro in macchina. Lui inizia a insultarli, li minaccia di scoparsi le loro madri e sorelle poi a un certo punto alla radio c’è la canzone Le bandite di Jul. Allora canta, i tre agenti sorridono e iniziano a correre a tutta velocità. È uno dei momenti più belli di BAC Nord, dove non si fa prendere dalla frenesia di mostrare il conflitto che è insieme pregio e limite del film. Poi cresce sempre di più fino alla potentissima parte carceraria. Dall’aperto delle strade, diventa improvvisamente soffocante. L’istinto, la rabbia, la disperazione sono tutti dentro le quattro mura.

Un realismo complice quello di Jimenez, a tratti anche esasperato che dimostra però come il cinema francese sappia affrontare il genere combinando la componente umana con la struttura del cinema di genere che guarda a quello statunitense. Un mix anche confuso ma riuscito, in un film che non lascia tregua, trainato dalla forza prorompente della prova di Gilles Lellouche seguito anche dalla buonissima interpretazione di Karim Leklou e François Civil che regalano al film due momenti che restano. Il primo è in quella vicinanza tra Yann e Nora in carcere dove non vorrebbero separarsi mai, l’altro è in quella sottile complicità di Antoine con l’informatrice. Ci sono tutte le vite possibili, i desideri, gli sbagli tratti da questa storia vera. Certo, va anche fuori strada. ma si immerge dentro quello che racconta senza avere paura di annegare e riguardare Friedkin (e Franenheimer)…

 

Titolo originale: id.
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Gilles Lellouche, Karim Leklou, François Civil, Adèle Exarchopoulos, Kenza Fortas, Cyril Lecomte
Distribuzione: Netflix
Durata: 105′
Origine: Francia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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