Bad Boys: Ride or Die, di Adil El Arbi e Bilall Fallah
Gli anni Novanta sono passati da un pezzo, ma Smith e Lawrence non lo sanno e fanno un quarto capitolo dei Bad Boys lo stesso. I due registi belgi indicano la via con uno stile di ripresa ipercinetico
Poco più di due anni dopo gli Oscar 2022, Will Smith torna al cinema con il primo film girato dallo “schiaffo” più famoso della storia di Hollywood. E quale miglior ritorno se non quello nei panni iper collaudati di Mike Lowery? Bad Boys: Ride or Die è il quarto capitolo del fortunato franchise iniziato da Michael Bay nel lontano 1995, ma a giudicare dall’incipit sembrerebbe non essere passato poi così tanto. Tra belle donne in bikini, macchine di lusso che sfrecciano in una Miami soleggiata, inquadrature aeree a sorvolare la città e la voce di Sean Paul ad accompagnare il tutto, ci ritroviamo immediatamente catapultati a fine anni Novanta insieme agli amici di sempre; Mike e Marcus. Per quanto rassicurante possa sembrare agli appassionati della prima ora, di tempo ne è passato, e la coppia di poliziotti black più famosa di Miami inizia ad accusare il colpo.
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Rispetto al precedente Bad Boys for Life, in cui era il personaggio interpretato da Smith a essere prima ferito e poi rimesso in sesto, stavolta è Lawrence a essere colpito da un infarto per poi risvegliarsi dal coma completamente ristabilito e con una nuova visione del mondo. Marcus si prende la scena come mai prima d’ora in un turbinio di gag alla Tex Avery in cui l’unico obiettivo è trovare caramelle e snack da divorare, al contrario di Mike stranamente più pacato nei modi. “Bulletproof” Lowery non è più lo scatenato attaccabrighe che poteva essere fino al capitolo precedente, adesso soffre di attacchi di panico nei momenti più concitati del suo lavoro, non per motivi di salute ma perché stavolta ha qualcosa di più importante a cui pensare: sua moglie. Non è un caso che proprio questo sia il capitolo in cui Mike è maggiormente vulnerabile e abbia addirittura bisogno di essere letteralmente schiaffeggiato più volte dal partner (espiazione?) per tirare fuori la cazzimma tipica del suo personaggio. E non è un caso neanche che questo capitolo sia quello in cui per la prima volta si parla realmente di passaggio di testimone a un’altra generazione: Armando, il figlio illegittimo di Mike, e Reggie, il genero di Marcus (“chi cazzo è Reggie?”). Ma non è ancora giunto il momento e così i due protagonisti si trascinano in una vicenda che ricorda nuovamente gli ultimi capitoli di Arma Letale e Fast & Furious, tra “inaspettati” politici corrotti, vendette di famiglia e uno scontro finale all’ultimo sangue.
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Alla sceneggiatura mancano all’appello due pesi massimi come Joe Carnahan e Peter Craig, resta il solito Chris Bremner con Will Beal, un ex poliziotto che avrà di certo contribuito a tratteggiare l’intrigo di talpe e corruzione al centro della storia. Nel cast tornano Vanessa Hudgens, Alexander Ludwig e per qualche istante Joe Pantoliano, oltre alle new entries Eric Dane, nei panni del cattivo, e Rhea Seehorn, la brillante Kim Wexler di Better Call Saul. Se l’intreccio non offre particolari colpi di scena e la maggior parte dei personaggi secondari sono ridotti a semplici bozzetti, è la mano dei registi a essere la vera protagonista del film. Uno stile ipercinetico e caotico durante le scene di azione, tanto da essere difficile riuscire a comprendere costa stia realmente accadendo. D’altronde se gli attori non hanno più la capacità di muoversi come una volta, è comprensibile che sia la camera a farlo. L’unico che sembra davvero capace di recitare una scena di botte come dio comanda è Jacob Scipio, come nel caso della rissa in prigione in cui Armando utilizza una piastra in acciaio appena sganciata dal bilanciere per difendersi da un gruppo di detenuti. A dire il vero di ottime scene d’azione ce ne sono diverse, come quella nel finale in cui ci immergiamo nel combattimento in qualità di first-person shooter direttamente dal POV di Will Smith, in maniera simile alla miriade di combat footage che si possono trovare in rete. In un’altra sequenza, Reggie (US Marine) si trova a dover affrontare 15 intrusi dentro casa mentre Mike e Marcus osservano la scena attraverso degli schermi collegati alle telecamere di sorveglianza sparse per casa. In questo modo la coppia osserva insieme a noi spettatori come se fosse un Call of Duty qualsiasi, esattamente il gioco che Reggie mette in pausa prima di lanciarsi nel combattimento.
Gli anni Novanta sono passati da un pezzo, i nostri eroi non sono più dei ragazzini e i due registi del film non sono Michael Bay (qui in un cameo sulla celebre Porsche 911). Oltrepassato tutto questo e quel generale umorismo ammuffito che rientra più nel regno del cringe che in quello del revival, questo quarto capitolo ha una sua identità ben precisa che ha poco a che fare con quella dei primi due, ma ne tiene assoluta considerazione. Non è ancora il momento di passare il testimone, e forse non lo sarà mai, ma la nuova generazione avanza e non è possibile ignorarla, Mike e Marcus lo sanno bene. Dopotutto, non è lo scorrere del tempo a essere penoso, ma chi non riesce ad accettarlo.
Titolo originale: id.
Regia: Adil El Arbi e Bilall Fallah
Interpreti: Will Smith, Martin Lawrence, Vanessa Hudgens, Alexander Ludwig, Paola Núñez, Rhea Seehorn, Joe Pantoliano, Jacob Scipio
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 115′
Origine: USA, 2024






















