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Bad Bunny entra nella storia del Super Bowl

All’Halftime Show il rapper portoricano trasforma lo spettacolo più visto al mondo in un manifesto di identità, migrazione e comunità. Tra God Bless America, reggaeton e grandi ospiti

13 minuti per entrare nella Storia. Quella di un Paese, gli Stati Uniti, e dei suoi migranti – e dunque sempre di Stati Uniti parliamo – che di fatto sono il motore trainante della prima potenza al mondo. L’Halftime Show del Super Bowl di Bad Bunny è stato molto di più di un grande spettacolo musicale: è stato un potente messaggio di cultura e identità latina. Neanche dieci giorni fa parlavamo del trionfo del cantante portoricano ai Grammy Awards 2026: in poco tempo Bad Bunny ha raggiunto forse il momento più intenso della sua carriera. Ma il suo percorso arriva da molto lontano: soltanto dieci anni fa faceva l’addetto a imbustare la spesa in un supermercato ed è arrivato a essere l’artista più ascoltato su Spotify. Il suo cammino parte quasi dalla “fine del mondo” – avrebbe detto Papa Francesco, anche lui di origini sudamericane – da Porto Rico, precisamente da Bayamón, una piccola isola caraibica incastonata nell’arcipelago delle Antille. Ma qual è il segreto del successo di Bad Bunny? Perché il suo show al Super Bowl ha avuto un impatto mondiale? Tranne per Donald Trump, ma ne parleremo più avanti.

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L’esibizione è iniziata attraversando canne da zucchero, cespugli, strade, luoghi di ritrovo: in una parola, il palco dell’Halftime è diventato un barrio, ovvero il quartiere reale che comunica autenticità, cultura, radici. Bad Bunny, al secolo Benito Antonio Martínez Ocasio, non ha mai nascosto le sue origini portoricane, anzi: nella sua vita d’artista ha sempre trovato il modo di rivendicare il suo popolo e le sue condizioni di povertà. È stato lui, infatti, a comporre inni delle proteste a Porto Rico durante le manifestazioni di piazza; ha interrotto il suo tour per tornare nel suo Paese e scendere in strada con la sua gente quando l’isola versava in condizioni disastrose dopo l’uragano del 2017.

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Circondato dai tipici contadini portoricani (jíbaros), con in testa cappelli tradizionali in paglia, Bad Bunny si è esibito cantando alcuni dei suoi successi più importanti, da Tití Me Preguntó a Yo Perreo Sola, fino a quando non si è rivolto al pubblico per presentarsi: “Mi chiamo Benito Antonio Martínez Ocasio, e se sono qui oggi al Super Bowl 60 è perché non ho mai, mai smesso di credere in me stesso. E anche tu dovresti credere in te stesso: vali più di quanto pensi”, parlando direttamente in camera e solo in spagnolo.

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Bad Bunny

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Poi è arrivata lei, la regina dark del pop: Lady Gaga, grande fan e amica di Bad Bunny. La cantante si è esibita durante un vero e proprio ricevimento nuziale, cantando una versione reggae di Die with a Smile, mentre una coppia celebrava il proprio amore eterno. Bad Bunny e Lady Gaga – due testimoni di nozze d’eccezione – infiammavano il palco del Levi’s Stadium di Santa Clara, in California.

E così la festa di matrimonio diventa il pretesto per trasformare il terreno di gioco in un super party popolare, tra vicoli e case tipiche dell’architettura portoricana. Bad Bunny canta Baile Inolvidable e Nuevayol, tratte dall’album Debí tirar más fotos. C’è poi un passaggio di consegne, un momento generazionale, uno show dentro lo show: una famiglia portoricana seduta davanti alla tv assiste alla premiazione di Bad Bunny ai Grammy. Il bambino (interpretato dall’attore Lincoln Fox) rappresenta lui da piccolo e riceve dallo stesso cantante il premio vinto. Un momento significativo che nasconde, tra le righe, il senso più profondo del suo successo: è il trionfo del ragazzo di Bayamón che vede con i propri occhi la fama che ha sempre desiderato.

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Un’altra star mondiale compare all’improvviso: Ricky Martin. Si esibisce seduto su una sedia di plastica che riproduce la copertina di Debí tirar más fotos. La sedia è un riferimento alle tremila vittime dell’uragano Maria, mentre alle sue spalle i jíbaros scalano pali della rete elettrica danneggiati. Anche qui il messaggio è chiaro e potente: durante lo show avviene un blackout che non è un errore tecnico, ma un riferimento diretto alle continue interruzioni di corrente che colpiscono quotidianamente Porto Rico.

Ma il messaggio più forte arriva verso la fine dell’esibizione. Dopo aver cantato per tutto il tempo in spagnolo, Bad Bunny pronuncia in inglese: God Bless America. Il cantante portoricano si appropria di uno degli slogan patriottici più celebri a stelle e strisce e lo trasforma in un atto politico, elencando subito dopo i nomi dei Paesi del continente americano. È qui che si annida il significato più profondo dello show: God Bless America inteso come continente, come unione di popolazioni e identità differenti. In altre parole, il principio fondante del melting pot statunitense, ovvero la capacità dell’American way of life di assimilare al suo interno culture lontane e pulsioni differenti.

Si parlava all’inizio dei latinos, una fascia di popolazione sempre più presente negli Stati Uniti. La loro crescita sta modificando il ceppo originario della nazione, generando faglie interne sempre più evidenti. Le stime parlano di circa 68 milioni di persone, pari a quasi il 20% della popolazione totale, rendendo i latinos il secondo gruppo etnico più numeroso del Paese.

Lo show ha provocato l’irritazione del presidente Donald Trump, che sul suo social Truth ha scritto: “L’esibizione al Super Bowl di Bad Bunny è stata assolutamente terribile, una delle peggiori di sempre! Non ha senso, è un affronto alla grandezza dell’America e non rappresenta i nostri standard di successo, creatività o eccellenza”. Ha poi aggiunto: “Nessuno capisce una parola di quello che dice questo tizio e la danza è disgustosa”. Critiche che provengono anche da tutto il mondo MAGA, per niente entusiasta della stravaganza artistica di Bad Bunny. Come testimoniato da diverse testate americane, il clima descritto è quello di due Americhe che non si parlano, che non condividono simboli né linguaggi, che consumano narrazioni diverse giocando due campionati culturali completamente separati. Non a caso, in contemporanea all’Halftime Show di Bad Bunny, è andato in scena uno spettacolo alternativo per i cosiddetti “veri patrioti”, organizzato dalla Turning Point Usa di Charlie Kirk e trasmesso in streaming sulle piattaforme conservatrici.

Kid Rock

Nel Maga-show si è esibito Kid Rock, rapper-rocker filotrumpista, con il consueto medley che mescola gangsta rap e outlaw country, seguito da altri artisti rigorosamente maschi, tatuati e palestrati, impegnati in ballate di rivendicazione e risentimento. Lo spettacolo ha totalizzato circa 5 milioni di visualizzazioni. Il Super Bowl, con Bad Bunny al centro, ne ha registrate oltre 130 milioni. Il rischio, però, è quello di cadere in una trappola ideologica tipica del clima di guerra culturale: ridurre tutto a uno scontro frontale, a una tifoseria politica. Bad Bunny, al contrario, sfugge a questa semplificazione. Al di là dei numeri – è l’artista più ascoltato al mondo su Spotify – resta un ragazzo di Bayamón che ha scelto di usare il palco più grande del pianeta per lanciare un messaggio di pace, appartenenza e convivenza. Non un manifesto contro qualcuno, ma un invito a riconoscersi in qualcosa di più grande: un’America plurale, meticcia, imperfetta.

L’esibizione si chiude con il touch down di Bad Bunny. Un’altra scritta, questa volta incisa su un pallone da football, lo mostra per un fotogramma in camera dove si legge: Together We Are America. Un istante dopo, fuochi d’artificio, musica, ballerini, il reggaeton portoricano e, infine, il messaggio finale: una celebrazione della comunità americana. In un’America sempre più divisa in due, tra quelle delle coste più cosmopolita e democratica, e quella di dentro, il Midwest conservatore e massimalista, Bad Bunny nello show televisivo più visto al mondo invoca un messaggio di amore e di pace.

In fondo Bad Bunny ha fatto esattamente ciò che un artista dovrebbe fare nei momenti di frattura: indicare una direzione. Non imporre una verità, ma aprire uno spazio. Ha trasformato il più grande palcoscenico mediatico del mondo in un luogo di incontro, ricordando che l’America non è solo confini ma una somma di storie, corpi, lingue e culture. Fino ad arrivare nel momento conclusivo, dove si arriva al touchdown finale: non una vittoria individuale, ma collettiva.

 

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