Barb Wire, di David Hogan

Abbiamo recuperato il film del 1996 più volte evocato dalla mini-serie Pam & Tommy, tentativo allora fallimentare di Pamela Anderson di ritagliarsi un posto tra le eroine dell’action sci-fi

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L’uscita di Barb Wire arriva in un passaggio chiave della vita di Pamela Anderson Lee, tornato recentemente sotto i riflettori con Pam & Tommy, la serie televisiva distribuita su Disney+, dove viene ricostruita l’incredibile vicenda di un furto nella villa della coppia, a Los Angeles. Il primo e ancora tra i più famosi degli Stolen Sex Tapes, filmati di esplicito contenuto sessuale “rubati” a personaggi più o meno noti dello star system destinati a diventare un fenomeno della rete, talmente grande da ampliarne e circoscriverne alcuni dei confini legali. Per la pin-up di Baywatch il film è il momento di andare oltre l’icona della bambola da spiaggia, e per farlo sceglie di incarnare l’antieroina di una miniserie a fumetti, Barb Wire, scritta da Chris Warner, del quale la diva sembra il riflesso umano, la copia vivente esplosa dal prototipo cartaceo. Il personaggio della Anderson resta però sbilanciato verso la fisicità, reso ammiccante nei corpetti fetish e le scollature generose, inserito nelle dinamiche action di un futuro distopico e dispotico, durante la Seconda guerra civile americana. È il 1996, sulla soglia del duemila la cinematografia americana abbonda di visioni post apocalittiche, per resuscitare le voci di una catastrofe sulla Terra di stampo millenaristico. Un pianeta insomma nel quale dare mano libera di uccidere al solito redentore armato fino ai denti, e non mancano esempi al maschile di giustizieri lapidari, come quello interpretato da Sylvester Stallone in Dredd – La legge sono io.

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L’arma principale della protagonista in questo caso è la seduzione, un aspetto difficile da dissociare dall’immagine ormai precostituita della sirena dell’allora piccolo schermo. Il fascino è uno strumento di sopravvivenza, in un periodo storico abituato alla trasgressione, poco attento alla sedicente dittatura di un politicamente corretto considerato ancora di là da venire, ma ormai giunto alle porte. Tra mercenari e truppe di stampo nazista, sparatorie, ricatti, inseguimenti e torture, la realtà resta il frutto marcio di un mondo da salvare da sé stesso, e la protagonista, al contrario di un prode senza macchia, interessata a pensare al coraggio soltanto in virtù del proprio tornaconto. Lo sfondo bellico muove le fila della storia, la resistenza al regime autoritario stende radici morali di dubbia ed indubbia fedeltà, lo scenario ed i costumi traslano dal passato i simboli e le uniformi dentro un clima post-industriale. Un dopo immaginato su strade ridotte ad essere luogo di ritrovo di disperati, a controllare alberghi equivoci da quattro soldi, mentre nei locali notturni dilaga un sound lascivo, e l’urlo della frontwoman l’atto seduttivo di un pubblico consapevole di andare incontro al disastro. Il film di David Hogan nonostante i presupposti ottiene un dinamismo solo di facciata, e la mancata coesione lascia trasparire un modesto susseguirsi di pezzi poco utili a costruire un insieme, sintesi confermata da un box office abbastanza deludente. Visto a distanza di tempo, resta interessante osservare la Anderson, travolta da uno scandalo personale e tuttavia impegnata a lottare con un’icona prorompente da reinventare.

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Titolo originale: id.
Regia: David Hogan
Interpreti: Pamela Anderson, Temuela Morrison, Victoria Rowell, Jack Noseworthy, Xander Berkeley, Udo Kier
Durata: 98′
Origine: USA, 1996
Genere: azione/fantasy

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
Sending
Il voto dei lettori
2 (2 voti)
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