Bardo. La cronaca falsa di alcune verità, di Alejandro G. Iñárritu

Un’altra prova di esibizionismo formale del cineasta messicano, forse davvero l’ultima configurazione possibile dell’onanismo cinematografico da XXI secolo.

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Il mio fallimento più grande è stato il successo“. Lo dice apertamente il protagonista Silverio Gama, un giornalista e documentarista di fama mondiale, in preda alle sue visioni, alle sue allucinazioni e sensi di colpa da artista affermato che vive a Los Angeles ma è di ritorno nella sua Città del Messico per incontrare/evitare amici, rilasciare/rifiutare interviste, ritirare premi alla carriera. Di fatto un intellettuale in crisi, sospeso tra trionfo e senso di colpa, esaltazione narcisistica e depressione narcisistica, amore per la sua famiglia e ossessione per le proprie visioni, per i ricordi d’infanzia, la perdita di Mateo, il figlio morto dopo trenta giorni che in una delle prime scene i dottori invitano a rimettere dentro l’utero della compagna. Silverio di fatto è l’alter ego di Alejandro G. Iñárritu, che avevamo lasciato sette anni fa con il western ecologista The Revenant – suo secondo Academy Award consecutivo per la miglior regia dopo Birdman, e nel mezzo di tutti questi anni alcune mostre e allestimenti, a riprova di una dimensione artistica ormai iper-estetizzata, costruita nella magniloquenza della fruizione da mercato espositivo. E se stavolta non c’è più il grande Emmanuel Lubezki, a illuminare fotograficamente il cinema del regista messicano accorre un altro genio come l’iraniano francese Darius Khondji (Delicatessen, Seven, Civiltà perduta, Uncut Gems), il quale sin dal prologo, dove vediamo l’ombra in soggettiva di un uomo che spicca il volo in una landa desertica, dimostra di essere all’altezza dell’esibizionismo tecnico richiesto dall’autore.

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L’accumulo di scene madri, girate al solito benissimo, rischiano, come sempre, di rendere le quasi tre ore di durata una massa indistinta e omologata. Eppure in Bardo Iñárritu vuole espiare i propri riconoscimenti internazionali, il legame con Hollywood e gli Stati Uniti e la furbizia narrativa e formale del suo cinema. C’è anche il tentativo di raccontare la travagliata storia dell’amato Messico e una critica aperta alla colonizzazione europea e ai media della società contemporanea. E in tutto questo il regista messicano arriva persino ad accusare se stesso e il film che sta girando/immaginando di essere un insieme di immagini oniriche fine a se stesse. Insomma, siamo alla consapevolezza dei limiti di un cinema senza limiti. Forse davvero è l’ultima configurazione possibile dell’onanismo cinematografico da XXI secolo. E quindi certo, è tutto così sbagliato e insostenibile che potrebbe persino essere la sua opera più interessante, per sincerità, sbilanciamento, ridondanza. Nelle intenzioni, è il suo 8 1/2, dove però il regista prova a fare il verso non solo a Fellini, ma anche al cinema di Bergman (l’incontro reiterato con la morte) o addirittura a Freaks di Tod Browning.

Iñárritu pare aver confessato al direttore di Venezia Alberto Barbera che realizzare Bardo ha cambiato il suo modo di sognare. Eppure a mancare qui è proprio la capacità dei sogni di superarsi, di lasciare tracce che vadano oltre il visibile e il quadro dell’immagine. Resta davvero difficile credere fino a infondo a questo senso di colpa auto-referenziale e a questa autorialità da esportazione in 4K e dolby surround. Forse è lo specchio di tempi che ci permettono solo “cronache false di alcune verità”. O il funereo manifesto di una generazione di cineasti “figli dei grandi” che hanno flirtato a tal punto con l’incanto e il “peso” del cinema da aver sposato definitivamente l’esibizionismo e la “bella” immagine come sola possibilità di linguaggio e di visualizzazione.

 

Titolo originale: Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades
Regia: Alejandro G. Iñárritu
Interpreti: Daniel Giménez Cacho, Griselda Siciliani, Ximena Lamadrid, Iker Sanchez Solano, Andrés Almeida, Francisco Rubio
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 174′
Origine: Messico, 2022

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)
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