BARRIERE: Asghar Farhadi, gli #Oscars2017, il #MuslimBan di Donald Trump

Cosa succede quando le promesse non vengono disattese, ma diventano il faro su cui basare un’intero programma politico? Questo è ciò che sta accadendo nell’America del neo-eletto Donald Trump. Bollato come imprenditore tipo: un soggetto da non sostenere, ben inteso, ma da considerare come folle chiacchierone attaccato solo alla poltrona e al lustro della carica di presidente. Dopo la sonora batosta a danno dei sondaggisti che lo davano perdente al cospetto della “regina dell’establishmentHillary Clinton, ora anche gli ingenui, i puri di cuore che minimizzavano le sue mire tiranniche dovranno mettersi una mano sulla coscienza ed affrontare il significato della parola BARRIERA. Curioso che uno dei film favoriti ai prossimi Oscar condivida quel termine, sebbene si parli di tutt’altro. O non è proprio così? Un’America in cui il segregazionismo dilaga come una peste al cospetto degli Stati Uniti odierni, un concentrato di rabbia e terrore dove la Statua della Libertà sembra un semplice elemento di decoro.

Molti sono scesi in campo per combattere la chiusura delle frontiere imposta da Trump: Theresa May, primo ministro britannico, Justin Trudeau, premier canadese, e Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace. Il divieto sarà attivo per quattro mesi e comprende un formula “speciale” riservata a sette paesi islamici, gli “indesiderabili”, per intenderci. Quanto doveva svilupparsi sottotraccia è emerso in tutta la sua potenza sfacciata, e non ci riferiamo solo al presidente ma pure a tutte le persone accorse nelle strade con cartelloni, magliette, un’artiglieria bella pesante di pura protesta e guerriglia. I tassisti newyorkesi hanno scioperato, abbandonando il JFK (primo aeroporto di NY per arrivi internazionali) per più di un’ora. Una folla si è radunata al Battery Park accomunata dai motti: “No Ban No Wall“, “Dump Trump“, “We are all Americans“.

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La rivolta, se così possiamo definirla, ha riguardato anche il mondo di cinema e televisione. La cerimonia dei SAG Awards si è rivelata un evento ideale perché anche l’Olimpo delle stelle facesse sentire la propria su Trump. Prima fra tutte l’attrice Julia-Louis Dreyfus e il suo racconto familiare marchiato dalla Terza Repubblica tedesca e l’oppressione ai danni di suo padre. Quella che però ha destato maggior scalpore è la vicenda di Asghar Farhadi, premio Oscar nel 2012 per Una separazione. Il cineasta ha macinato consensi non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, conquistando due premi alla Berlinale nonché il David di Donatallo al miglior film straniero. In lizza per l’Academy Award per The Salesman (Il cliente), Farhadi non prenderà parte alla cerimonia di premiazione fissata per il 26 febbraio. A darne notizia su Twitter è il presidente del Consiglio nazionale irano-americano, Trita Parsi. Due giorni fa anche l’interprete Taraneh Alidoosti, co-protagonista del film, aveva annunciato su Twitter la sua decisione di non partecipare alla cerimonia: “Non parteciperò agli #AcademyAwards 2017 per protesta“. In seguito all’ordine esecutivo emesso dal presidente, l’attrice ha inoltre aggiunto:  “Nessun iraniano è stato accusato di aver attaccato l’America… gli attentatore dell’11 settembre erano cittadini di Paesi non presenti nella lista“.

I paesi bannati dalle amorevoli braccia americane sono: Iran, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. Poca importa ricordare a tutti che le provenienze degl’attentatori dell’11 settembre erano tutt’altre: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Libano. Probabile che la decisione non abbia la minima attinenza con gli eventi di sedici anni fa. La politica trumpiana sembra tesa all’allontanamento completo dalle zone di guerra e dal problema terroristico che infiamma l’Europa. Questo chiaramente non distoglie l’imprenditore dal prendere accordi con la Russia di Putin in vista della possibile spartizione territoriale di quei territori e l’avanzata dell’impero cinese. Il protezionismo, come sappiamo, non ha davvero protetto alcun paese, soprattutto nei periodi di maggiore decadenza. Lo slogan che impera alla Casa Bianca è: Buy American, Hire American: sulla base di ciò Farhadi non è ospite gradito.