Barriere, di Denzel Washington

Mo’ Better Blues. La parola come musica dell’anima e tradizione da tramandare di generazione in generazione. La parola come segno attraverso cui ri-conoscere un seme e un destino… che i padri considerano segnato, ma su cui costruire le fondamenta di un popolo. O forse solo di una ennesima famiglia americana, virata in black. “Credi che ci sia una legge che dice che tu devi piacermi? Tu non devi piacermi. Io devo solo prendermi cura di te” dice Troy Maxson al figlio Cory, che vorrebbe diventare un campione di football contro il volere del padre (“I bianchi non ti faranno mai giocare!”). Il dovere di essere padri non può che trasfigurarsi così in un testo da insegnare, studiare, performare, che per Denzel Washington è la fortunata pièce teatrale di August Wilson, drammaturgo afroamericano vincitore del Pulitzer, scomparso nel 2005 poco dopo aver scritto l’adattamento cinematografico da cui l’attore ha tratto questa sua seconda regia cinematografica.

Quasi una sorta di Gatta sul tetto che scotta imperniata sui conflitti domestici e antropologici di un microcosmo proletario di afroamericani nella Pittsburgh degli anni 50. Tutto si svolge negli interni e nel cortile di una casa di quartiere, con Denzel che racconta storie su storie in un tour de force mimico e verbale a cui l’ottima Viola Davis – interpreta Rose, la moglie devota che lo ha salvato dalla galera e dall’alcol – reagisce quasi solo di fisico: sguardi, risate, lacrime, silenzi, pause e accelerazioni, tutto di maniera ma perfettamente sincronizzato come una partitura musicale da ripetere ossessivamente per imparare i tempi, superare la tecnica e arrivare al nocciolo del dolore. C’è il cineteatro di Richard Brooks, appunto, e quello di Elia Kazan che fa Tennessee Williams. Un cinema bianco che Washington deve aver studiato e amato sin dai tempi dei corsi di recitazione. Anche per questo Barriere racconta sì una storia esemplare di dolore e maturazione patriarcale dei neri d’America – in una fase storica decisiva e controversa per gli afroamericani, che però rimane sullo sfondo, relegata ad aneddoti sportivi o a foto di politici su un muro – ma è soprattutto il tentativo di imparare il linguaggio del classico. In questo Washington è tutto dalla parte di un modo di narrare che è ostentatamente vecchio, ma mai nostalgico. Non c’è un cinema del passato da rifare, ma una lezione da recuperare. Qualcosa su cui fondare una (futura?) nazione. Eccola allora la vera Birth of a nation di questa stagione cinematografica nera. La rabbia concettuale e meccanicamente elementare di Nate Parker qui lascia il posto all’umiltà dell’attore e della parabola morale, chiusa nelle barriere di una scrittura e di un set che allungano il melodramma anche rischiando l’impasse, ma arrivano a sciogliere i sentimenti verso l’alto. Come fosse una lunga preghiera necessaria per arrivare a destinazione. Fino alla fine. Anche se è un funerale. Purché sia nel nome del padre. E del figlio.

 

Titolo originale: Fences

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Regia: Denzel Washington
Interpreti: Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson
Distribuzione: Universal
Durata: 139′

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Origine: USA, 2016