Batman, di Tim Burton

Ho fatto un mélange di vari stili, c’è un pizzico di architettura carceraria, ci sono i grattacieli di Chicago, l’art nouveau spagnola, il costruttivismo russo, il nazismo del Terzo Reich…insomma un pot-pourri, un miscuglio di stili quasi dadaista.”

Anton Furst scenografo di Batman

Il 1989 rappresenta la consacrazione di Tim Burton che, con il bagaglio di soli tre film alle spalle (Frankenweenie del 1984, Pee Wee’s Big Adventure del 1985 e il più famoso Beetlejuice del 1988), si confronta con il mito Batman reinterpretandolo sia dal punto di vista contenutistico che da quello estetico. L’idea vincente è accoppiare alla deformazione del profilmico (con scenari che mostrano evidenti influenze del neo-gotico e dell’art nouveau) una problematizzazione del concetto dell’eroe con conseguente crisi identitaria. Il Bruce Wayne/Batman (Michael Keaton) è così più vicino alla variante di Frank Miller (1987 Batman: The Dark Knight Returns) che all’archetipo di Bob Kane del 1939, rispettandone la natura di creatura della notte. Ma l’asso in più di questa operazione di grande successo mondiale è la reinvezione del personaggio di Joker modellandolo sul grande istrionismo di Jack Nicholson, perfetto nell’equilibrare follia ed egotismo.

Sin dai titoli di testa sono le zone oscure a prevalere sulla luce mentre i movimenti vorticosi della macchina da presa ci introducono dentro cunicoli di pietra all’interno del logo di Batman. Questa predilizione per le tenebre viene confermata dalla mirabile scenografia di Anton Furst e Peter Young (premiati con l’Oscar nel 1990) che si inventano una Gotham City fredda, nebbiosa, chiusa in una architettura prevalentemente verticale che mescola il modernismo di Antoni Gaudì (la cattedrale di Gotham ricorda la Sagrada Familia) e un certo gusto gotico/funebre ereditato da Edgar Allan Poe. In un contesto così inquietante e onirico, risultano più credibili i tormenti di Bruce Wayne che riconosce la propria dissociazione di personalità nel grande nemico Joker, sfigurato in un ghigno beffardo.

E anche gli altri personaggi come la fotografa Vicki Vale (Kim Basinger), il boss Carl Grissom (Jack Palance) e la sua donna Alicia (Jerry Hall) celano tutti un lato oscuro che non tarderà a manifestarsi. Tim Burton allegerisce il tono immergendo l’opera nel brodo primordiale della postmodernità di fine anni ’80 con innumerevoli citazioni: la gigantografia di Harvey Dent richiama il Citizen Kane di Welles, la musichetta che suggella gli incontri tra Joker e Vicki Vale è quella di Scandalo al sole, la maschera di Alicia che nasconde l’orrenda cicatrice è una citazione doppia di Occhi senza volto e de Il grande caldo. Alle musiche pop rock di Prince, vero segno dei tempi, si associano le note classiche di Danny Elfman con un ottimo contrasto tra antico e moderno.

Una scena indimenticabile è quella del furore iconoclasta di Joker che, sulle note diegetiche di Partyman di Prince, vandalizza capolavori dell’arte classica e moderna: il suo gesto dadaista si placa davanti a una tela di Francis Bacon con la battuta memorabile “No, questo non toccarlo, è il mio genere…”. Altre scene particolarmente riuscite sono le incursioni di Joker con i suoi messaggi pubblicitari in televisione, le celebrazioni del bicentenario minacciate dai pupazzi giganti e l’inseguimento finale (che cita Vertigo di Hitchcock) sulle alte vette della cattedrale di Gotham City.

Tim Burton ipertrofizza il processo di umanizzazione del supereroe (analoga operazione verrà effettuata da Sam Raimi per Spiderman e da Christopher Nolan per il suo Batman ancora più tormentato e oscuro) e lo porta al perenne conflitto tra la sete di vendetta e la necessità di crescere elaborando il lutto. In definitiva Michael Keaton inpersona il classico eroe burtoniano alienato, romanticamente splendente nella sua diversità, sensibile e tormentato, che porta sulle spalle i peccati del mondo e spesso ne è travolto. Il film fluisce rapidamente verso la resa dei conti tra Batman e Joker, due sociopatici che sembrano avere bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere (“Io ho generato te e tu hai generato me!”). È abbastanza evidente: dietro queste maschere, a volte ridanciane, a volte tenebrose, questi due uomini, fondamentalmente, piangono la loro follia vendicativa.

 

Titolo originale: id.
Regia: Tim Burton
Interpreti: Michael Keaton, Jack Nicholson, Kim Basinger, Jack Palance, Jerry Hall
Durata: 124′
Origine: Usa 1989
Genere: supereroi