Becoming Cousteau, di Liz Garbus

Incanalando lo sterminato repertorio, Garbus crea un documentario rigoroso che non è solo un’introduzione/commemorazione dell’oceanografo, ma arriva a ragionare sul suo consapevole farsi icona

Nella cultura occidentale il mito della frontiera, dello spazio incontaminato, dell’orizzonte impossibile da superare ma al quale conviene comunque anelare, è centrale. Mentre, però, il Selvaggio West e lo spazio hanno conservato, seppur ridimensionata, la loro presa sull’immaginario, non si può dire lo stesso per l’esplorazione degli oceani e dei mari. Non che all’epoca non se la battesse (la serie tv The Undersea World of Jacques Cousteau andò in onda per oltre dieci anni consecutivi su più di 100 emittenti), ma è oggi più probabile che si riconosca il nome di Neil Armstrong piuttosto che quello di Jacques-Yves Cousteau, magari anche tra i fan del cinema di Wes Anderson.

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Becoming Cousteau, documentario targato National Geographic in concorso alla 16esima Festa del Cinema di Roma, non solo funge da rafforzamento della memoria di chi già lo conosceva, ma è una perfetta introduzione alla figura del leggendario oceanografo. Il film si gioca tutto sui materiali d’archivio, anche inediti, ricavati dallo sterminato repertorio in possesso della Cousteau Society. La sua vita viene attraversata interamente, in ordine cronologico, dall’incidente in auto che gli troncò la carriera da aviatore fino alla morte, passando per innumerevoli esplorazioni, programmi di sensibilizzazione per l’ambiente, trasmissioni televisive. Liz Garbus delinea un percorso rigoroso, metodico, seguendo la linea già tracciata con i precedenti lavori documentari incentrati su personaggi di fama mondiale, come What happened, Miss Simone? o Bobby Fischer Against the World.

L’esperienza di Garbus la porta a lavorare principalmente sulla selezione del materiale, dandogli un ritmo incalzante e lasciando la parola al suo protagonista e a coloro che gli erano vicini. Becoming Cousteau canalizza queste voci per circoscrivere il vero protagonista del documentario, che non è tanto l’uomo Cousteau, ma l’icona. Tanto che da circa metà film in poi è forse più facile vedere l’oceanografo con un microfono in mano in una trasmissione televisiva o in un congresso piuttosto che con la muta indosso, e non per una mera questione d’età.

L’utilizzo della sua immagine diviene tanto importante per Becoming Cousteau quanto per il suo stesso protagonista (che in un diario confessa come la telcamera fosse il suo notebook), quasi che il suo protagonista fosse, oltre che padre di un certo ambientalismo, anche progenitore di quel pensiero scientifico consapevole della sua importanza politica. Al contrario, però, di chi tratta la scienza come una fede, dimenticandosi la sua fallibilità in quanto fatto umano, Garbus non è minimamente spaventata dalle ambiguità e dagli errori di Cousteau. Il finale speranzoso potrebbe quasi sembrare eccessivamente ottimista, in contrasto con coloro che descrivevano l’oceanografo come cinico nei suoi ultimi anni. Eppure, si ha l’impressione che quel buio, quell’oscurità siano quelle di qualcuno che ha capito di aver fallito la propria missione, ma che è ben consapevole che ogni grande rivoluzione nasce, paradossalmente, da un fallimento.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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