Beetlejuice – Spiritello porcello, di Tim Burton

Una danza macabra col il passo dei fratelli Marx. I sogni animati di Vincent e Frankeweenie sembrano prendere forma. La casa stregata già preannunciata con il plastico all’inizio. Con quelle villette a schiera che comporranno l’universo di Edward mani di forbice. Forse Beetlejuice è il Burton più illusionista. Con la nostalgia sinistra segnata dalle musiche di Danny Elfman, si entra in un mondo segnato dal blu, forse lo stesso del blue-screen dove ora al cinema tutto può accadere. Ma anche quel blu quasi nero di Batman e soprattutto il più personale Batman – Il ritorno. Ancora in un cinema di morti e di rinascite. L’Uomo Pinguino che torna sulla terra sono come la coppia deceduta in un incidente formata da Barbara (Geena Davis) e Adam (Alec Baldwin). La loro casa del New England è stata venduta ma loro non vogliono sapere di andarsene. Anzi, cercano di spaventare in tutti i modi i nuovi proprietari. Non riuscendoci, assoldano un bio-esorcista, Beetlejuice (Michael Keaton), per raggiungere il loro scopo.

Tim Burton dopo Pee Wee’s Big Adventure. Che è stato un grande successo e sembrava aver dato al regista carta bianca. In un film che, all’epoca della sua uscita, è stato confuso per una variazione di Ghostbusters. E in cui la Warner gli ha messo più volte i bastoni tra le ruote. Innanzitutto voleva imporre il titolo House Ghost. Inoltre Burton ha dovuto rinunciare a Sammy Davis jr. mentre David Geffen poi gli ha imposto Michael Keaton. Invece è forse uno dei titoli che condensa maggiormente tutte le sue ossessioni: il diverso che convive con il mondo reale, il confine sottilissimo tra la vita e la morte, gli oggetti che si animano. E soprattutto la continua scomposizione degli spazi: la porta disegnata, il vuoto fuori la porta chiusa dove piomba la coppia deceduta, in una specie di deserto sepolcrale ma anche fantastico. Forse Burton (ci) cerca l’estensione di Lawrence d’Arabia, ma già la trova in una casa a più dimensioni. Che sembra infinita e aprirsi in più mondi. Ma in Beetlejuice c’è anche un altro passaggio fondamentale del cinema di Burton: il suo punto di vista sembra coincidere con quello di un personaggio. Diventa il motore e, insieme, l’anima del film. In questo caso avviene  con la figura dell’adolescente Lydia (strepitosa Winona Ryder), adolescente che sembra già essere anche un’incarnazione dall’aldilà. Attraverso gli scatti della sua Polaroid vede quello che gli altri non riescono a fare. Quasi un’epifania da Antonioni. Come le foto di Blow-up. “Tutta la mia vita è una camera oscura”. È lei che entra in contatto con la coppia fantasma e si alza in un magico volo nel finale.

Ma la componente horror convive alla grande con quella comica. Tra muto e sonoro. I tentativi goffi di Barbara e Adam di spaventare i nuovi abitanti della casa, le follie di Beetlejuice che sembra un mostro – che può nascere e vivere solo nel cinema di Burton – smontabile e ricomponibile. Si, ancora i fratelli Marx. Per la loro irriverenza. Che seminano il psanico in mezzo a Poe e Corman di I vivi e i morti. Ma ancora oggi, uno dei titoli di Burton più geniali – malgrado la Warner – dall’immaginazione sfrenata, con una delle scene-clou che segneranno per sempre il suo cinema: la danza sfrenata a cena di corpi riposseduti – quasi un ribaltamento di L‘esorcista di Friedkin – sulle note di Day-o (Banana Boat Song) di Harry Belafonte. La danza macabra che diventa pura gioia. Un musical dall’aldilà.

 

Titolo originale: Beetlejuice

Regia: Tim Burton

Interpreti: Alec Baldwin, Geena Davis, Michael Keaton, Winona Ryder, Catherine O’Hara, Jeffrey Jones, Sylvya Sydney

Durata: 93′

Origine: Usa 1988

Genere: fantasy