Beginning, di Dea Kulumbegashvili

Il gran bel debutto di Dea Kulumbegashvili racconta la ricerca, da parte di una donna, della propria soggettività, in un contesto societario dalle forti radici patriarcali.

Sin dall’inquadratura iniziale di Beginning, Kulumbegashvili è interessata a presentare non solo il paradigma tramite cui interpretare il film stesso, ma anche la chiave linguistica su cui si regge l’intera struttura del racconto. La regista apre il film con un esteso campo lungo dominato dalla totale assenza di movimenti di macchina. Così come le immagini sono contraddistinte da un senso di immobilità pressoché totale, allo stesso modo Yana si trova in una condizione di staticità esistenziale, dalla quale cercherà, in tutti i modi, di emergere. Fino al momento in cui, nella prima scena, la casa di preghiera di cui è responsabile il marito (testimone di Geova) non diviene oggetto di una attacco incendiario da parte di ignoti, la protagonista ha infatti condotto la propria esistenza in completa funzione delle esigenze e della volontà del marito, rinunciando a sé stessa. È solo nell’istante in cui assiste all’incendio, che la donna inizia a prendere atto della propria immobile condizione esistenziale, da cui diviene vitale sfuggire, special modo in una comunità chiusa come quella in cui è immersa, che si trova in una piccola cittadina della Georgia.

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Da questo punto in poi la debuttante regista mette in moto una parabola narrativa in cui la protagonista non solo prende progressivamente atto della propria esistenza, ma intraprende un percorso interiore finalizzato al rifiuto e al superamento di quei codici patriarcali che l’hanno costretta a vivere in funzione del marito. Da questo punto di vista Kulumbegashvili dimostra di conoscere in profondità la dimensione culturale in cui opera Yana, mettendo in scena le grandi difficoltà che la donna incontra nel tentativo di dissoluzione delle stringenti maglie del patriarcato vigenti in una piccola comunità religiosa. Se già, risulta complesso spezzare le catene patriarcali, ancora più complicato (se non impossibile) è scogliere quelle del fanatismo religioso, special modo in un ambiente che frappone ostacoli a qualsiasi espressione progressista, in un ambiente nei confronti del quale la protagonista non potrà che reagire con un moto di violenza.

Per articolare queste argomentazioni, la regista si serve di un particolare stile visivo (lunghe inquadrature in continuità, rarefazione del ritmo narrativo, essenzialità di linguaggio) che dialoga apertamente con quello dei principali esponenti dello slow cinema contemporaneo, come Lisandro Alonso, Tsai Ming-liang e, in particolar modo, Carlos Reygadas, il cui Luz silenciosa (2007) sembra costituire il referente primario di Beginning, non solo per l’aspetto estetico, ma anche per la centralità che in essi assume l’esistenzialismo religioso; non è un caso che il nome del regista messicano figuri tra quello dei produttori del film.

Solamente il finale, con un epilogo tendente al fantastico e in aperto contrasto, di tono e di registro, con il realismo nel quale è calato l’intero film, rischia di macchiare il tentativo di liberazione di Yana dalle opprimenti maglie del patriarcato, contro cui non si può che reagire attraverso un moto di ribellione.

 

Titolo originale: id.
Regia: Dea Kulumbegashvili
Interpreti: Iamze Sukhitashvili, Rati Oneli, Kahka Kintsurashvili, Saba Gogichaisvili, Ia Kokiashvili
Distribuzione: PFA Films e Valmyn
Durata: 125′
Origine: Georgia, Francia 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
Sending
Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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