Belfast, di Kenneth Branagh

La guerra civile tra protestanti e cattolici in Irlanda del Nord vista attraverso gli occhi di un bambino nel film più autobiografico di Kenneth Branagh.

Le gru si stagliano verso l’alto a indicare una città oggi in trasformazione, riappacificata, a colori. Il museo, le statue, il cielo e i graffiti. La musica di Van Morrison scorre nelle strade della sua Belfast, finché i colori svaniscono e subentra una didascalia a indicare l’agosto del 1969, ovvero il principio della guerra civile tra cattolici e protestanti. Inizia così il film più autobiografico di Kenneth Branagh, forse il migliore. Con un viaggio della memoria che, come Roma di Alfonso Cuaròn, ha bisogno del filtro fotografico/mnemonico del bianco e nero, del recupero di uno sguardo fanciullo che rievochi ricordi e li rimetta in scena. Iniziamo col dire allora che Belfast non è un film di tempo e spazio, ma di scene, di personaggi da far rivivere. È quindi un film tanto indissolubilmente cinematografico quanto indissolubilmente teatrale, come sempre avviene in Branagh, spesso con risultati alterni. Certo qui il suo sguardo replica quello di sé bambino alla fine degli anni ’60, interpretato dall’esordiente Jude Hill. Lui è Buddy un ragazzino di famiglia protestante che ama andare al cinema, vedere western in Tv, giocare a pallone con gli amici e leggere Thor (!). È anche innamorato della compagna di classe Catherine (cattolica scopriamo alla fine) e cerca di conquistarla seguendo i consigli del nonno malato (Ciaràn Hinds). Vive in una strada abitata da cattolici e protestanti, dove la convivenza comincia a farsi problematica. In Irlanda del Nord sta per iniziare la sanguinosa stagione delle intimidazioni, delle barricate, delle bombe e dei cecchini. Per questo il padre (Jamie Dornan), un carpentiere che lavora in Inghilterra e può tornare solo saltuariamente in città, vorrebbe portare tutti con sé e abbandonare Belfast.

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Il piccolo protagonista è sempre il punto di vista o di ascolto della scena. Spunta ai margini dell’inquadratura, dietro una finestra in profondità di campo. E sente, osserva, attraversa il set. Guarda schermi cinematografici (Un milione di anni fa con Rachel Welch, Citty Citty Bang Bang) o palcoscenici (A Christmas Carol) che diventano improvvisamente a colori nella sua esperienza da spettatore – idea naif certo, ma è puro Branagh! – e pensa ossessivamente alle parole del pastore sulla strada da percorrere. Spia le liti dei genitori (straordinaria Caitrìona Balfe nel ruolo della madre) e le loro riconciliazioni. Ma c’è anche un dialogo continuo con la musica di Van Morrison, che qui comprende otto suoi classici, un inedito e brevi parti strumentali. Di fatto è la coprotagonista del film, quasi una seconda anima della città, la “sceneggiatura” parallela che Branagh usa come bussola emotiva e spirituale, ancor prima che storica.

Branagh mette a nudo le sue origini, il suo passato, il legame con la sua terra. Segue la via tracciata dal grande John Boorman, quella “piccola”, intimista. Una strada, due appartamenti, qualche vicolo, la Storia che entra dal piccolo schermo della televisione o dalla radio. Un’economia di mezzi e set a cui contrappone ricchezza e vissuto dei personaggi. Alla fine il suo è un film dedicato alle persone. A una famiglia/comunità perduta da ricordare con rimpianto e amore… A quelli che sono rimasti, a quelli che sono partiti, a quelli che si persi lungo la strada!

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (6 voti)
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