BellariaFF – Intervista a Simone Massi
Ospite del Bellaria Film Festival, abbiamo incontrato l’animatore e regista che ci ha parlato del suo esordio al lungometraggio con Invelle e della sua lunga carriera. Ecco la nostra intervista
La lunga carriera di Simone Massi è costellata di innumerevoli prodotti d’animazione che in qualche modo restituiscono un’affezione alla materia viva del disegno più unica che rara. Dopo tre Nastri D’Argento e un David il suo primo lungometraggio, Invelle, viene presentato a Venezia nel 2023. Questo è una sorta di summa della poetica di Massi, che esplica l’affezione alla vita attraverso il tempo, la famiglia, ma anche tramite la guerra e la storia politica di un Paese. In occasione del Gabbiano Speciale conferitogli a Bellaria abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo. Ecco cosa ci ha raccontato a proposito del suo metodo, della vita e della situazione dell’animazione vigente in Italia.
Il cinema in Timeline – Corso online dal 26 gennaio 2026

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Parlando del tuo corto In quanto a noi, che collegamento c’è con Invelle? Sono progetti separati o in qualche modo comunicano?
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

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Non sono due progetti separati. In Quanto a noi ho voluto fortemente realizzarlo perché i tempi di attesa e la gestazione del lungometraggio si protraevano all’infinito. E dopo nove anni, durante i quali non si muoveva niente avevo ancora il desiderio di raccontare questa storia, che ha a che fare con noi italiani e con il nostro passato – con cui non abbiamo mai davvero fatto i conti. Quindi ho fatto il cortometraggio mentre attendevo che la parte burocratica si sbloccasse, per non rimanere fermo, cosa che non è da me. Ero talmente consapevole che avrebbe anticipato il lungo che dal momento in cui lo finii e lo mostrai alla produzione loro mi proposero di utilizzarlo come teaser. Quindi si, è assolutamente la stessa storia. Meno personale perché non ci sono identità e non ci sono dialoghi; quindi molto più neutra. Ci tenevo comunque a sottolineare le tematiche storiche.
Non c’è dialogo ma c’è una poesia di Montale letta da Wim Wenders. Come mai questa scelta?
La verità a volte è scomoda. Non ha molta attinenza con la storia che volevo raccontare. Erano due binari paralleli. Da un lato questa storia che come ho detto volevo fortemente raccontare e dall’altro una commissione da parte di un associazione di Ancona, che si chiama Nie Wiem. Un associazione di persone che amano la poesia e che sono molto attente alla tematica. Avevo fatto con loro un cortometraggio, L’’infinito. Siccome erano rimasti soddisfatti mi hanno riproposto una successiva collaborazione. Con L’infinito avevo fatto degli errori, tra cui quello di avere paura del confronto con Leopardi, di seguire troppo le strofe. In questo caso ho fatto l’operazione opposta, ovvero quella di fare il mio percorso e fregarmene di tutto. Detto fra noi poteva essere sostituito da qualsiasi altro testo. La voce di Wenders è stata un po’ una fortuna, ma non è stato determinante per far partire il lavoro.
Cosa puoi dirci della perdita apparente della singolarità nelle tue storie, a favore di una pluralità nei tuoi film, specialmente in Invelle dove il racconto si fa corale?
Sinceramente mi sorprende molto la questa lettura. Ma non perché non sia giusta, ma forse semplicemente perché non è pensato come percorso. Quello che faccio non è frutto di un calcolo, non sono quel tipo di autore. Non c’è un modo per fare il mio lavoro né tantomeno per spiegarlo. Nei cortometraggi, quindi a differenza di Invelle, c’è una sorta di istinto che viene fuori da sé. All’inizio, quando ho studiato animazione facevo degli errori. Ma una volta che ho capito come fare potrei disegnare anche a occhi chiusi. È chiaro che una volta trovato il giusto metodo il lavoro viene automatico. Io non sto a farmi delle domande su quello che sto raccontando. Lascio che l’istinto prenda il sopravvento, quindi vengono fuori delle cose aperte che ognuno può interpretare come vuole. Sul discorso della collettività ti dirò che a me sembra proprio il contrario. Ho messo sempre al centro un bambino, che poi sarei io, che accompagna lo spettatore attraverso un viaggio abbastanza enigmatico fatto di figure immobili e solitarie, mute, che sembra non abbiano niente da dire. Ma la speranza era proprio quella che mettermi in scena potesse raccontare qualcosa rivolto anche alla collettività. Sono molto contento della tua lettura, ma oltre questo non saprei che dirti, non c’è molto ragionamento intellettuale. C’è più anima che cervello.
Questi personaggi in qualche modo sembrano sempre parlare attraverso un sussurrio piuttosto che delle voce chiare e autorevoli
Io credo che il lavoro che provo a fare da trent’anni abbia molto in comune con il linguaggio dei sogni, quindi c’è pochissimo di netto, di marcato, di definitivo. Mentre c’è molto spazio per i silenzi, per le parole e le frasi lasciate a metà. E c’è molto più spazio per i suoni, che poi sfumano in altro. Perché è questo che avrei sempre voluto vedere al cinema. Perché ogni volta che vedevo un film americano, con la colonna sonora che saliva per sottolineare dei momenti e dei dialoghi… Mi chiedevo perché? Perché mi tratti così? Una roba quasi alla Nanni Moretti. Perché non mi rispetti in quanto spettatore? Mentre in altri film, veramente pochi devo dire, anche per mia ignoranza, sentivo un maremoto dentro di me. Come quei film più enigmatici che sembrano non raccontare nulla. Mi riferisco a Tarkovskij o Theo Angelopoulos. Era una roba da svenire per me, e anche adesso che ne parlo mi vengono i brividi. Quindi quando ho provato a fare il mio piccolo cinema, realizzato con niente, con pochi mezzi di fortuna mi dicevo che doveva e poteva essere un occasione per realizzare quello che avrei voluto vedere. Che raramente mi è capitato.
Esiste un modo di sviscerare la tua poetica, soprattutto in relazione alla tua tecnica così peculiare e materica?
Ogni volta che mi fanno questa domanda faccio parecchia difficoltà a darmi una risposta. Per questo tiro fuori un aneddoto, che chiamo “l’aneddoto delle lucciole”. Per farla semplice, penso alla vostra generazione che con tutte le tecnologie e mezzi che ha a disposizione potrebbe capire immediatamente come fanno le lucciole ad emettere quella luce. Ma onestamente a me non interessa affatto scoprire come diavolo fanno. Non mi interessa delle lucciole e non mi interessa capire mille altre cose che amo. Figuriamoci se mi interessa capire come e perché faccio determinate cose. Comunque siccome sono anni che mi viene chiesta questa cosa, col tempo sono arrivato a una risposta; più o meno. Credo che questo mio modo di concepire il disegno o l’animazione, quindi il contatto con la matita e il foglio sia figlio della mia generazione analogica. E poi riguarda anche la mia lunga esperienza di lavoratore in fabbrica e quello che mi ha lasciato, e che ora, forse, mi manca. D’altronde nel mio paese il 90% degli uomini non ha finito gli studi e lavora da giovanissimo. E siccome sono rimasto la stessa persona forse ho cercato un tipo di tecnica che sporcasse le mani. Che mi affaticasse, e mi portasse la sera a dormire con la stessa fatica di chi è stato dodici ore in fabbrica. Ma non se sono ancora sicuro del tutto.
Cosa puoi dirci invece di questo apparente ritorno dell’animazione e della stop motion in Italia? C’è ancora speranza per una definitiva accettazione da parte del sistema?
Questa è una battaglia che porto avanti da una ventina d’anni, anche con dei momenti di stanchezza e disillusione perché ne ho viste veramente tante. Io sono stato tra i primi, insieme a pochissimi altri, ad aver vinto un David con un corto di animazione. E posso dire per esperienza, senza assolutamente voler montare polemiche, che non serve a niente. Non serve a niente il momento di gloria fittizio che dura un giorno, forse due. Poi tutti si dimenticano di te. E torni in cantina e alla gavetta infinita cui sono destinati i registi del cinema di animazione. Dunque non credo molto agli exploit. Sono momenti effimeri. D’antro canto non sono io la persona giusta per muovere le acque. Perché non sono quel tipo di persona lì, non ho quel carattere. Io vivo ancora nel paese dove sono nato e cresciuto lontano da qualsiasi centro importante, mai coltivato nessun tipo di rapporto con critici, autori, giornalisti; quindi non sta a me cambiare le cose. Però mi sembra abbastanza imbarazzante come stanno le cose, soprattutto per gli altri. Il fatto che i David non abbiano una sezione dedicata all’animazione come invece ha i Nastri D’Argento è incomprensibile. Tutti i mestieri sono premiati tranne l’animazione. Ma non è solo per i David. Riguarda i media, la stampa, i festival: tutti. Nessuno ha capito l’animazione d’autore. Mai alcun tipo di supporto. Resta il fatto che questa è una battaglia di cui dovrebbero farsi carico gli intellettuali e i critici, persone che possono effettivamente arrivare al cuore delle cose. Fatico a dire altro perché l’ho vissuto sulla mia pelle e so quanto valga poco il momento di gloria. Il problema è a monte, proprio perché quando finalmente la giuria si convince che il tuo prodotto sia lodevole, anche quando sali ti rendi conto di essere solo. E gli altri colleghi? Avete mai sentito parlare di Mara Cerri? Potrei far decine di nomi, eppure non si sono mai visti né sentiti. E sono degli artisti eccezionali. Rimangono confinati nei loro scantinati solo perché hanno avuto meno fortuna, meno costanza rispetto al sottoscritto.






















