Belushi, di R. J. Cutler

Primo documentario autorizzato su John Belushi. Testimonianze, interviste, istantanee, immagini inedite a corredare la ricostruzione dell’icona blues/punk per eccellenza. Su Showtime

Primo documentario autorizzato su John Belushi, diretto dal regista di War Room e A Perfect Candidate, condidato all’Oscar, e della fiction adolescenziale If I Stay, con Chloe Grace Moretz. Testimonianze, interviste (recuperate dai nastri registrati per la biografia del 2020, di Judith Belushi Pisano e Tanner Colby) istantanee, immagini inedite a corredare la ricostruzione dell’icona pop per eccellenza, comico, genio, epico, blues. Oggi avrebbe avuto 71 anni, ma se n’è andato nel 1982 a 33 anni per overdose, dopo una vita condotta al massimo, anche di più, costellata di grandi successi e drammatici tonfi in carriera. Il suo mito nasce alla radio in National Lampoon Radio Hour e in televisione nel 1975 con il Saturday Night Live, factory memorabile di diversi grandi talenti, da Chevy Chase a Steve Martin, da Bill Murray a Dan Aykroyd. In quegli anni prendono vita maschere indimenticabili, basta ricordare Futaba, il samurai, che utilizzava un giapponese inventato, sempre pronto all’harakiri, per non parlare delle imitazioni di Marlon Brando, Rod Steiger e Joe Cocker, quando si muoveva nei concerti e si lasciava innaffiare da lattine di birra. Le stesse lattine riusciva a schiacciare in testa senza colpo ferire, anche nei suoi esordi cinematografici, che resteranno per sempre indelebili nell’immaginario collettivo come fonti inesauribili ed imprescindibili di ispirazione artistica e creativa.

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Animal House e The Blues Brothers, 1978 e 1980, due pietre miliari del cinema esplosivo, corrosivo, sarcastico, dissacratorio, ma allo stesso tempo ineguagliabili visivamente, grazie ovviamente al mostro sacro John Landis. L’amicizia con Elwood-Aykroyd copre un cospicuo spazio nel doc, i due, oltre a dividere le stanze di albergo e a scambiarsi la scrittura degli sketch, parteciparono al film di Steven Spielberg, 1941- Allarme a Hollywood del 1979. Anche la cocaina faceva da collante in quella amicizia e ad unirsi al duo c’era anche la principessa Leila di Guerre Stellari, fidanzata di Aykroyd, nonché Carrie Fisher.

È proprio vero, John Belushi, dalle origini albanesi, è stato il Diego Armando Maradona del set: le produzioni, tra l’altro, negli ultimi anni della sua vita, sapevano della sua dipendenza, anzi spesso ne assecondavano l’abuso per assicurarsi le gesta del fuoriclasse. Quel mix del 4 marzo 1982 di cocaina ed eroina gli fu fatale, dopo un errore di dosaggio, e al suo funerale l’amico inseparabile Dan Aykroyd si presentò vestito da centauro e volle si mettesse su il pezzo surf dei Ventures, The 2000 Pound Bee. Foto, lettere, home-video, mai visti prima, lasciano entrare nel fantasmagorico mondo di John in cui non potevano mancare le partecipazioni, tra gli altri, del fratello Jim, Gilda Radner, Penny Marshall, Lorne Michaels, Harold Ramis. Gli appetiti insaziabili e l’energia anarchica trapelano sicuramente da questo doc, come tutta il lato tragico della storia personale e le sue lotte interiori. Su internet da tempo si trova il “John Belushi screen test” per Saturday Night Live e il regista comincia il lavoro proprio con i quattro minuti di questo estratto.

Il diavolo della Tasmania, lo standout della satira off-Broadway, avvia la sua ascesa in una band garage e prima di approdare al successo, gira tutti i teatri di secondo ordine e poi muove davanti alla telecamera le sue sopracciglia, le fa danzare dando loro vita. La sua audizione è quindi già un capolavoro assoluto, il suo corpo non ci sta, non si può contenere, è come un magmatico e incandescente oggetto misterioso venuto da un posto inesplorato, un King Kong senza catene e teatri chiusi. Ma presto però, se proprio non si ha voglia di relativizzare il tempo, se proprio non si voglia immaginare John Belushi capace di trasformarsi da un gigantesco primato ad una leggiadra farfalla, alla quale non vanno toccate le ali perché potrebbe perdere i suoi colori e compromettere la forza di mimetizzarsi nell’ambiente. Ecco però che in fondo il doc paradossalmente sembra riesca nel tentativo, magari non voluto, di ridimensionare qualcosa o qualcuno che non è possibile ridimensionare, anche con quei continui innesti d’animazione retrò, tutto sommato con una funzione poco chiara e soprattutto incapaci di farsi valore aggiunto.
È vero, John Belushi sarebbe stato un fenomenale personaggio fumettistico, sotto diversi aspetti, ma perché non insistere ancora di più, e magari quasi esclusivamente, sul Belushi artista (le convulsioni sul palco, il finto infarto…) e fare si che la sua natura, il suo humus si rivelassero magicamente attraverso il suo talento, la sua grandezza, sempre in simbiosi con il suo essere? Quell’essere che trova l’anima sensibile all’interno di una natura selvaggia. Evidentemente provare davvero un approccio a John Belushi è meglio farlo da non autorizzati…

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Titolo originale: id.
Regia: R.J. Cutler
Durata: 108′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
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