BERGAMO FILM MEETING 25 – The Lust of England

"Come movimento e scuola, il Free Cinema fallì. Fu un fallimento importante, e in un certo senso un fallimento definitivo", dice Linsday Anderson. Dal suo 'O Dreamland' (1953), sino a 'The Last of England' (1988) di Jarman, via l'Arthur Seaton di Reisz, Sidney j Furie, e i Monty Python, viaggio attraverso la rassegna Ricorda la Rabbia del BFM 2007

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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"Come movimento, come scuola, il Free Cinema fallì. Fu un fallimento importante, credo, e in un certo senso un fallimento definitivo. Non voglio dire che ciò cui si arrivò fosse privo di valore, o che i film stessi fossero esteticamente falliti. Ma il movimento, nonostante fosse cominciato sulla base di certi principi generali, fallì nel generare intorno a sé sostegno e accettazione. Non resse lo sforzo. Karel Reisz andò a Hollywood. Tony Richardson è vissuto a Los Angeles per più di dieci anni; altri coetanei (Schlesinger, Clayton, Boorman, Yates) sono diventati autori tanto americani quanto britannici. Credevamo di poter trovare un adeguato sostegno popolare nel pubblico britannico, oppure crearlo, per gettare le basi di un'industria solida. O che almeno valesse la pena di tentare. Abbiamo avuto successo per poco più di diciotto mesi. Le nostre mete non sono state condivise." (Linsday Anderson, 1983, citato da Emanuela Martini nel prezioso catalogo che ha curato per la retrospettiva Ricorda la rabbia del BFM 2007). Quantomeno, non sono state condivise da Sidney J. Furie, canadese con all'attivo i terribili Aquila d'acciaio e Aquile d'attacco, con Louis Gossett Jr, Superman IV, e Confronto Finale con Lorenzo Lamas. Un autore che (nonostante il cult Ipcress con Michael Caine/Agente Harry Palmer che Furie diresse nel 1965, sua vera e propria opera di transizione) stupisce ritrovare all'interno della rassegna sul cinema inglese "arrabbiato" dagli anni '50 ai giorni nostri vista a Bergamo, con un film curioso, The Leather Boys, del 1963: omosessualità neanche tanto latente tra gli affiliati alle gang dei centauri in giubbotti di cuoio su Harley Davidson fiammanti, matrimonio avventato a sedici anni per sfuggire al controllo dei genitori, corse clandestine, passioni ardenti ed esplicitate – com'è che Furie è finito a dirigere attacchi aerei di fiere truppe americane in era reaganiana, e incontri di arti marziali tra i malviventi e un renegade dalla folta chioma selvaggia? Davvero, sembra avere ragione Derek Jarman, quando nel 1988 afferma: "non c'è niente in The Last of England o in Jubilee che non possiate vedere intorno a voi. Noi non abbiamo più a che fare con il 'buon' vecchio partito Tory; alla sua guida sono andati poujadisti e 'Little Englanders' della razza più violenta. Però anche la sinistra ha avuto un fallimento abissale, e la mancanza di un'effettiva opposizione facilita la destra nel suo sporco lavoro e approfondisce il senso generale di impotenza e paranoia" (testimonianza 'rubata' sempre dal catalogo della rassegna).

Per immagini, Jarman traduce tutto questo nel suo godardiano lavoro The Last of England (1988), collage di fonti e formati differenti, scene reali di lotta urbana manifestanti/forsedell'ordine, filmini familiari, desolate periferie inglesi industriali in rovina, voce off del regista che snocciola il suo disincantato comunicato estetico e politico – e precisamente nella sequenza in cui, mentre ascoltiamo l'inno britannico, l'ultimo dei ribelli vestito come un punk di Vivianne Westwood fa all'amore, su di un lettone dal materasso coperto da un'enorme bandiera inglese spiegata, con un poliziotto in assetto e passamontagna da antisommossa. Sembra di sentirlo in lontananza, l'eco della risata beffarda dei pupazzi meccanici del Lunapark di O Dreamland di Linsday Anderson, momento fondante di tutto il Free Cinema, cortometraggio-manifesto del 1953: le famigliucole borghesi si divertono al parco giochi di Margate, tra riproduzioni in scala delle torture e delle torturate più famose (Giovanna d'Arco, le Streghe, i condannati alla sedia elettrica), i jukebox, il bingo – e i pupazzi meccanici ridono di loro, di questa working class della passeggiata domenicale alle giostre, di questa squallida esistenza 'media': se la ridono, con il ghigno terribile del loro sorriso meccanico, e l'eco registrato del riso sguaiato e raggelante che ci accompagna lungo tutto il film. Come Karel Reisz sembra ridere del leggendario Arthur Seaton di Albert Finney, rebel without a cause di Sabato sera, Domenica mattina (1960), che inizia il film sbraitando contro tutto e tutti nella società inglese, degno parente del Jimmy Potter di Look back in anger di John Osborne, poi dopo un problemuccio con una donna sposata messa incinta che gli procura una sonora bastonata, conclude la sua parabola antagonista promettendosi sposo alla 'ragazza per bene' Doreen, che gli insegna che non è educato gettare pietre contro le case degli altri senza alcuna ragione. Ci si sente come il grassone inimmaginabile che ne Il senso della vita (1983, in rassegna a Bergamo) dei Monty Python mangia talmente tanto in un ristorante pieno di borghesi in pelliccia e papillon da vomitare una quantità impressionante di roba riempiendo secchi su secchi, sino ad esplodere letteralmente: è il critico cinematografico ai festival, saturo di visioni, ma che ne brama ancora, ancora, famelicamente, per poi riassimilare il tutto e vomitarlo infine addosso ad un pubblico sempre più spesso indifferente ed annoiato. Mi porti tutto, cameriere, mischiato insieme in un secchio, con le uova in cima. E non lesinate sul patè.

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