BERGAMO FILM MEETING 30 – Al fondo dell'Europa

Prologue - Béla Tarr, UngheriaPotentissimo è Prologue, di Béla Tarr. Puro cinema: quando la bellezza e l'essenzialità (non semplicità) dell'idea è pari alla sua portata umana e esistenziale. Solo la tensione sonora del complice di sempre Mihály Vig, lo straordinario bianco e nero di Fred Kelemen e un' unica carrellata da brivido, lenta ma fulminante, su una lunga fila di persone in coda: centinaia di vecchi, donne, giovani, tutti con i volti segnati dei poveri della terra.


Prologue è l'attesa, svelata solo alla fine, di una piccola razione di cibo, distribuita da una giovane donna sorridente: un prologo, appunto, quello che inaugurava la tragedia greca, che nel corto di Tarr rappresenta un inizio, ma anche un "nel mezzo" o la impossibile fine di una camminata sempre uguale, tra la miseria, la sopravvivenza e la ricerca di quel fondo in cui si nasconde, umile e colpita da ogni lato, ma difficile da sradicare, la dignità.
 

Euroquiz - Theo Van Gogh, OlandaL'estone Arvo Iho si gioca la carta dell'incubo burocratico in Euroflot, corto non particolarmente brillante, in cui getta una giovane donna avvenente che perde un comune volo per Bruxelles, viene edotta sui tempi di attesa necessari a sbrigare astruse pratiche e rimbalzata da una scrivania all'altra, fino alla surreale deportazione in Siberia.

I toni che esprimono l'assurdo del nostro presente riescono meglio a Theo Van Gogh, regista olandese perseguitato da una fatwa in seguito alla realizzazione di Submission, prima ferito gravemente e in seguito, purtroppo, assassinato proprio nel 2004. Il suo Euroquiz è al tempo stesso una satira del format tv per eccellenza, dei suoi tempi e dei suoi modi stereotipati, e una critica all'immagine politicamente corretta dell'armonia dell'Europa unita: una giovane e volenterosa conduttrice chiede alla prima concorrente di parlare un po' di sè e assiste impotente al cattivissimo monologo della signora, basato sul suo passato di alcolizzata, sull'omicidio del proprio figlio, sulla rievocazione nostalgica dei suoi viaggi romantici (negli ex campi di concentramento) e su un deciso invito generale a non procreare. Naturalmente il quiz non terminerà con una vittoria: non è facile ricordarsi qual'è la capitale dell'Albania!

The Isle - Kenneth Scicluna, MaltaRappresenta Malta The Isle, di Kenneth Scicluna. Con un gusto pittorico che a tratti sembra fare eco alle visioni di Raúl Ruiz – soprattutto quelle magiche e adescatrici di La Ville Des Pirates – racconta la storia dell'approdo in un'isola che si rivelerà non tanto ospitale: un fotografo straniero cerca nei ruderi del luogo un'affinità con il famoso dipinto di Arnold Böcklin; una ragazzina epilettica viene a fatica contenuta dai parenti severi; il corpo dell'uomo diventerà il feticcio di una cerimonia imprevista per la comunità locale, che non digerisce l'intruso.
 

L'episodio italiano è affidato a Francesca Comencini: sono passate 24 ore e mi sto ancora chiedendo cosa diavolo voglia significare l'insistenza sulla compita lettura serale, a letto, della Bibbia (praticata dalla studentessa di Anna vive a Marghera) con la denuncia sociale e il racconto dell'opposizione no global, che sembra essere l'obiettivo del cortometraggio. Forse Anna recandosi in chiesa e studiando le sacre scritture, otterrà il miracolo della purificazione in un luogo corroso dai veleni e malgestito dalla corruzione? Si vuole precisare che chi studia chimica di notte si rifugia nei vangeli? O che tra chi protesta ci sono anche dei cattolici, e se sì, a che scopo? Con la foto del solito Luca Bigazzi (insolitamente spenta e limacciosa, ma questo forse è voluto) il film non riesce a restituire nè la quotidianità di una ventiseienne, nè la realtà di Marghera. Una strano esito per la regista di In Fabbrica e Carlo Giuliani, ragazzo.

 

It'll be Fine - Laila Pakalnina, LettoniaÈ così interessante stare a guardare la gente, soprattutto quando non devi nasconderti mentre lo fai. Posizioni la macchina da presa e li guardi, semplicemente”. Così la lettone Laila Pakalnina (anche sceneggiatrice di The Isle) in It'll be fine realizza in pieno giorno una serie di falsi ritratti fotografici di persone comuni – famiglie, operai, passanti – in un lavoro curiosamente ipnotico, che mescola musiche improvvisamente tenebrose a immagini familiari, suoni in presa diretta  ai saluti muti, seriosi, imbarazzati o sorridenti delle persone riprese. Un gioco su un molteplice sguardo: quello della macchina sui soggetti, quello dei soggetti su di lei e su di noi, quello nostro su figure che ci sono allo stesso tempo vicine e lontane.

Europe Does Not Exist - Christoffer Boe, DanimarcaIl danese Christoffer Boe (Allegro, Offscreen) è un regista interessante, ma qui, come altrove, pecca di una sorta di parossismo artificioso, creando distacco. "Non si può parlare d'Europa. Lascia perdere. Non si può fare" è il suo manifesto programmatico, tradotto in una divagazione didascalica fin dall'immagine della scolara che scrive sulla lavagna Europe Does Not Exist, il titolo del corto. Ha i suoi momenti migliori nel delirio del protagonista, un businessman (interpretato da Henning Moritzen, il capofamiglia di Festen) che non riesce a pronunciare correttamente la semplice parola "Europa", prigioniero di una macchina di lusso che procede su un terreno accidentato, battuta dal temporale, scortato da una bellissima donna misteriosa che scandisce il termine con labbra macchiate di rossetto o di sangue.
 

The Evil Old Songs - Fatih Akin, GermaniaFatih Akin (Soul Kitchen) infila alcuni musicisti in un teatro per una messa scena industrial (tra cui Caspar Brötzmann e F.M. Einheit) guidata dall'attrice Idil Üner, una specie di marchesa burtoniana simile a Elena Bonham Carter che reintepreta Die alten, bösen Lieder, in cui Schumann riprende il poema di Heinrich Heine. Le vecchie canzoni maledette sono quelle di guerra, che si spera di non sentire mai più: ma il risultato è furbo e patinato. Secondo Variety, una sorta di video degli Ultravox; chi scrive ci ha visto una scopiazzatura dei video degli Einsturzende Neubauten, curiosamente, visto che Akin ha già collaborato con il bassista Alexander Hacke, sia per La sposa turca che per Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul.
 

Mars - Barbara Albert, AustriaIn Mars la regista viennese di Falling, Barbara Albert, opera in profondità con un corto spiazzante, che lavora sul disorientamento anche uditivo dello spettatore. La protagonista Iris, impiegata del tribunale di distretto chiamata a trascrivere l'audizione di un giovane africano in cerca di asilo, legge sotto la scrivania il suo diario d'infanzia. Al colloquio – un interrogatorio, non brutale fisicamente, ma sottilmente inquietante – si sovrappone la voce della ragazzina del diario, che ricorda una dimostrazione politica, gli scontri con la polizia, un tremendo omicidio. Mentre si reca al lavoro, Iris distoglie lo sguardo dai piedi nudi e sporchi di un mendicante, e non può alzarli che sulle immagini di Marte, che fa capolino da uno schermo all'interno dell'autobus. Ora, in tribunale, quando il giovane africano in difficoltà posa gli occhi su di lei, una silenziosa richiesta se non di aiuto, di testimoniare la sua presenza in questo mondo (pianeta, Europa, Austria), non può che volgere il suo, di sguardo, verso la finestra, su un piccione che, lui sì, può aprire le ali e volare via.

Anche il corto del fiammingo Stijn Coninx, Self Portrait, parla in qualche modo del nostro urbano disagio, con esiti meno felici. Due colorati personaggi, un ragazzo e una ragazza, si aggirano cercando in ogni modo di apparire simpaticamente eccentrici e bizzarri, e risultando singolarmente irritanti, dalla gestualità alla voce, fino al contenuto delle domande che si pongono, scritte per apparire, appunto, simpaticamente eccentriche e bizzarre, però con un "messaggio" retorico sulla necessità di comprendere un mondo multirazziale e multiculturale.

The Yellow Tag - Jan Troell, SveziaLa questione dei migranti e di un mondo di barriere fisiche o impalpabili nell'incontro-scontro con ciò che avvertiamo come estraneo o meno, depositario di diritti o meno, ritorna prepotente durante questo Festival, come già in altre opere proiettate, tra cui anche Illégal di Olivier Masset-Depasse: se la indomabile maliana imprigionata preferisce il suicidio alla prigionia nel "centro di permanenza temporanea" dopo aver portato sul suo corpo innumerevoli segni di violenza, e la protagonista russa Tanya arriva a cancellarsi le impronte digitali con un ferro da stiro pur di assicurarsi l'invisibilità, Jan Troell, nell'episodio svedese The Yellow Tag, immagina sardonico un futuro in cui anche gli agnelli e le mucche dell'iconografia cristiana dovranno indossare la targhetta gialla di identificazione per il bestiame UE. Metafora non sottilissima per una tendenza alla schedatura che tende a inquadrare, classificare e controllare il "nemico", ma particolarmente applaudito dal pubblico del Festival, il corto ironizza su un'Europa poliziesca prendendo in prestito i neri omini di Magritte, bombetta e cappotto, facendoli piovere dal cielo verso il loro compito, che comprende anche sterminare tutti gli animali che non siano stati identificati. 

 

A raccogliere simbolicamente i percorsi di Visions of Europe nel terzo giorno di Festival arriva Die Mitte del polacco Stanislaw Mucha, già regisra di Hope. Il centro è un documentario di 85 minuti, brillante e rocambolesca avventura nel cuore della Mitteleuropa, dove ogni paese reclama con un monumento più o meno temporaneo la paternità del punto esatto in cui si situa "il Centro dell'Europa": ciascunoDie Mitte (The Center) documentario di Stanislaw Mucha fornisce improbabili calcoli ufficiali: vescovi, sindaci, costruttori di ferrovie, albergatori, collezionisti di nani da giardino.

La troupe si sposta dalle montagne della Baviera all'Austria e al luogo di nascita di Hitler, dalla Slovacchia all'Ucraina, e la sua forza è la capacità gentile e divertita di approcciarsi alla gente comune, spesso genuinamente irresistibile, esilarante o commovente, come la coppia di coniugi – in quella che è quasi una gag ma si indovina una scena che la famiglia ha vissuto molte volte – che tenta di far funzionare un televisore manovrando l'antenna sul tetto, il vecchio che canta "la vita è meravigliosa… ma non qui" ostentando i denti d'oro, l'uomo che commenta pacificamente di aver ucciso molti più individui di quelli segnalati dalle sue medaglie, l'anziana signora lituana che suona una pianola con basi preregistrate per i turisti, in un surreale paesaggio di croci, la vecchietta ucraina Raja che gestisce l'edicola, con i suoi irresistibili clienti di passaggio e i suoi vendutissimi quotidiani di succulenta cronaca nera, Polizia, e i locali Il centro dell'Europa, L'eco dei Carpazi e Il cagnolino della sera.

Si discorre di vita quotidiana, di alcool, impiccagioni, fame e miseria con soave lievità; compaiono animali imbalsamati e surreali distese di vecchie tv abbandonate nel bosco, una funivia amatoriale improvvisata su un lago al posto di un ponte crollato e incontrando comuni hippy, animali imbalsamati, venditori di funghi e giovani di Chernobyl. Die Mitte (The Center) documentario di Stanislaw MuchaMa sono le persone che si offrono all'obiettivo con imbarazzo, tenerezza, orgoglio, uscite spontanee; lo stesso regista non esita a mettersi in gioco, costretto a subire la dimostrazione dei poteri di un guaritore locale.

Lo sguardo di Mucha non va deliberatamente alla ricerca di situazioni pittoresche: riesce a catturare miracolosamente la specificità di ogni persona che incontra in relazione allo spazio che vive, senza diventare mai invasivo, cogliendo con leggerezza anche le implicazioni più profonde che si nascondono nel concetto di centro e confini, nel comunismo passato, negli smottamenti geografici e culturali di una supposta Europa Unita, fino all'epilogo aperto, che vede smarrirsi la troupe nel folto di un bosco lituano, seguendo la promessa tecnologica, il segnale GPS di due giovani turisti svizzeri alla ricerca del Centro dell'Europa: in fondo, effimero quanto gli altri.