BERGAMO FILM MEETING 30 – Di sirene, regine di strada, di migranti e della vita sulla terra

Sirene, messaggi nelle bottiglie, apparizioni che ci indichino la via del desiderio: non è forse questo che cerchiamo sempre (nella vita) e che troviamo nel cinema? Eccone alcune, dal 30° Bergamo Film Festival, piccolo ma estremamente partecipato, un evento in cui la sala buia resta in qualche modo l'unica protagonista, sentita e vissuta, e credo uno dei pochi in cui alcuni (educatissimi) cani entrano con i loro amici cinefili.

Sirenas, Fernando León De Aranoa - Bergamo Film Meeting 2012Ancora acerbo (si tratta dell'esordio di Fernando León de Aranoa, del '94) ma già esemplare nel cucire e tenere insieme saldamente realismo, tenerezza, commozione, lezioni di vita e umorismo, il corto Sirenas racconta di un nonno innamorato del mare, superstite da un naufragio mortale. A sentir lui, lo ha salvato il fatto di essere sordo, e quindi, come Odisseo legato, immune ai richiami ammalianti delle sirene: eppure ora, costretto a vivere lontano dal mare, si perde in fantasticherie (la vicina paralitica, sotto la coperta, nasconde certamente una coda anzichè le gambe malate) e fissa per ore un grande pannello pubblicitario che lo sostituisce. Si sente morto: non aspetta altro che le sirene, che finalmente lo porteranno via. Per il nipote adolescente le sirene sono la vita che inizia, il desiderio che forgia l'esistenza; per il nonno, un dolce sogno nostalgico che porta via dalla vita. Sirenas è visibile qui.

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Chi riesce in soli cinque minuti a dire quasi tutto di ogni cosa vivente sulla terra, senza una sola parola? Il regista lituano Šar?nas Bartas, che gira probabilmente l'episodio più poetico, insieme allo splendido Prologue di Béla Tarr, Children Lose Nothing, di  Šar?nas Bartas -  Bergamo Film Meeting 2012dell'intera collezione di Visions of Europe, 25 frammenti d un progetto collettivo del 2004.

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In Children Lose Nothing Bartas mette in scena il passaggio del tempo in una natura liquida e tarkovskijana, lrica, ma bagnata di sangue: sa dire con pochissimo il limite sottile tra infanzia e adolescenza, l'asprezza che segue, l'amore, la guerra e il caso: in una vertigine quasi animista, dove tutto ha un respiro e un percorso, e una rana che arranca in un ruscello, colpita dalla luce, incarna la natura dell'uomo stesso, destinato a uno sforzo di sopravvivenza senza pace, sofferente, ma anche di impareggiabile bellezza. Una barca di carta affronta il fragore delle cascate e raggiunge una distesa d'acqua perfettamente calma. É così che finiremo?
Children Lose Nothing – che è il titolo anche di una recente mostra parigina dedicata, tra le atre cose, a materiale inedito da A casa (The House) capolavoro di Bartas – è visibile qui.
 

Paris By Night, Tony Gatlif - Bergamo Film Meeting 2012In Paris by Night, di Tony Gatlif, tre ragazzi fuggono seguendo la Senna, due fratelli e un compagno di sventure – che si rivolge a loro comunque come "fratello" e "sorella": ed è subito chiaro, anche troppo, che sono clandestini in fuga nella notte. Ma nonostante la potenza dell'immagine iniziale, che ci mostra ogni scossone della strada dal loro difficile punto di vista, nascosti come sono fortunosamente sotto un camion, e lo scarto tra la loro corsa notturna piena di paura e il volteggiare di una sposa brilla che grida di libertà, la Parigi di Gatlif resta più dalle parti di di Jeunet – Amélie Poulain – che del primo Kassovitz – La haine – e sceglie di disperdere in una cartolina il dramma di una ferita che marcisce.

Unisono, del ceco Sasa Gedeon, è altrettanto didascalico: simpatico, ma inoffensivo. L'espediente è filmare semplicemente i goffi tentativi di politici di varie nazionalità che si allenano a cantare l'inno nazionale ceco e poi fonderli in un coro che finisce per avere il suo fascino. Sarebbe un ottimo spot istituzionale, che premia la volontà di abbracciare la cultura dell'altro e non nasconde la difficoltà di sintonizzarsi con essa; ma appunto, come tale, sembra figlio di un brief invece che di un atto espressivo genuino.

The Miracle, Martin Sulik -  - Bergamo Film Meeting 2012Meglio The Miracle, di Martin Sulik: un piccolo affresco umoristico che gioca sul contrasto tra la apparente ruralità di un piccolo villaggio slovacco e il buffo cinismo dei suoi abitanti, tutt'altro che sempliciotti: una sedicenne dichiara di essere incinta per opera dell'immacolata concezione, ma i suoi genitori e il prete non le credono (portandole ad esempio i viaggi su Marte, la clonazione delle pecore e il processo di fecondazione degli ovuli) finchè un piccolo miracolo non accade…

Tra i lungometraggi, Princesas (2005) sempre di Fernando León De Aranoa (celebrato qui a Bergamo con una retrospettiva che comprende anche una mostra dei suoi disegni e storyboard) ci catapulta nelle vite di due ragazze, prostitute di origine e motivazioni diverse, nel loro caos quotidiano. Non è come spiare nella loro biancheria provocante da quattro soldi e nei loro microzainetti, che contengono il mondo da portarsi dietro in battaglia, ma è una prossimità onesta e senza pudori, affettuosa, partecipe, densa di umanità quella dello sguardo di Aranoa su Zulema e Caye (le convincenti Micaela Nevárez e Candela Peña). Poi ci sono gli altri sguardi: quello del gruppo di donne nel negozio di parrucchiera di una di loro è un coro greco che svolge la funzione di mostrarci il graduale spostamento della percezione dell'altro che si opera in Caye: se Zulema inizialmente è solo una di quelle straniere che si vendono per niente, rovinando il mercato alle puttane del luogo, gradualmente esprime mille altre forme: una sorella da proteggere, una madre coraggiosa, un'amica da amare con fierezza. Soprattutto Caye, in apparenza la più cinica, resta essa stessa una sognatrice continuamente delusa:  fantastica per qualche giorno su una relazione con un programmatore che la crede appassionata di computer come lui ("è l'ultima versione di Adobe Premiere 5", dice con orgoglio spingendo verso di lei un paio di cd masterizzati sul tavolo mentre sono a cena: la battuta del Festival). Princesas, Fernando León De Aranoa - Bergamo Film Meeting 2012Malgrado l'ilarità sottesa all'equivoco, in un lampo la sua reale condizione di puttana si trasforma in una prestazione estorta in bagno e dal riso si passa al pianto. Anche se critica la madre, che per autoinganno si invia da sola fiori e cioccolatini, Caye si illude quanto lei. Il tono generale non è consolatorio, i sogni restano sogni, la nostalgia di ciò che non è ancora accaduto anticipa il fatto che probabilmente non accadrà mai. Eppure l'amicizia con Zulema le ha illustrato un nuovo possibile sistema di priorità. Princesas è un bel film, anche se condividiamo la sensazione iniziale che proprio il tentativo di entrare senza mezzi termini nella vita di queste principesse di strada a volte provochi un senso di distacco, e che il testo sia davvero più letterario che cinematografico (le musiche di Manu Chao a volte invasive, il clichè delle analisi ovviamente positive, la violenza un po' stereotipata del cliente).

Il tema dei migranti, dell'altro che arriva da lontano, affiora sempre di più nelle opere europee, ma se lo si vuole affrontare con leggerezza, non è facile riuscire ad essere perfetti e soavi, come l'ultimo Kaurismaki di Le Havre; se si sceglie di raccontarne il lato oscuro, non è facile cadere nei clichè. Proprio Tony Gatlif riprende questo tema, intrecciandolo con le vicende degli Indignados, nel suo ultimo film presentato alla Berlinale 62.

 Onder Ons, Marco van Geffen - Bergamo Film Meeting 2012Tocca il tema dell'alterità che prende sempre più corpo nella nostra vita quotidiana, infatti, anche Onder ons (Tra noi) primo lungometraggio di Marco van Geffen, qui nella Mostra Concorso. La prima immagine di Ewa ci arriva in un piazzale di autobus e sporte di plastica, una scena che ci è ormai molto familiare: dalla Polonia, arriva in Olanda come ragazza alla pari, accolta da Peter e Ilse con urbana, magnanima gentilezza, in un quartiere di inquietante, geometrico lindore, e in una splendida villa dove è d'uopo ascoltare Bach durante la cena.
Dovrà prendersi cura del figlio della coppia, un bambino con il quale Ewa sembra parlare in una lingua (emotiva) comune – la sua affezione al piccolo è immediata, mentre il suo comportamento nei confronti di Peter e Ilse si fa via via più irrazionale, sfuggente e problematico, e la tensione cresce di giorno in giorno. Veniamo presto a capo (anche troppo) di ciò che terrorizza Ewa: crede di aver scoperto l'identità – insospettabile – di uno stupratore, ma non ha il coraggio di parlarne a nessuno. Non le crederebbero. La parte più efficace resta proprio quella iniziale, nella quale la reciproca estraneità di tutti i personaggi si manifesta in un'educazione circospetta, più crudele dei litigi violenti, e proprio la buona disposizione di Peter e Else nei confronti della ragazza rivela ancora di più il sottile razzismo che affiora anche in chi se ne ritiene al riparo.
A proposito di Europa: Van Geffen sembra rimandare all'Austria – paese che cova da sempre oscure correnti sotterranee, basti pensare ai libri di Elfriede Jelinek o al caso emblematico del padre-padrone Josef Fritzl –  quella di Ulrich Seidl (specie Canicola) o di Michael Haneke; ma non riesce a esercitare pienamente il controllo della ferocia nè nell'umorismo nè nel rigore (o, come sta accadendo di recente in Grecia, nella satira quasi glaciale: Kynodontas, Alpis o Attenberg). Onder Ons, Marco van Geffen - Bergamo Film Meeting 2012
Optando per una struttura in tre parti, mostrandoci il punto di vista di un'altra ragazza polacca, Aga, baby sitter in un'altra famiglia, più frivola e espansiva di Ewa, e infine di Ewa stessa – risulta davvero troppo esplicativo e ridondante, ripetendo senza necessità le stesse scene più volte da diverse angolazioni. Il disagio sarebbe stato paradossalmente più palpabile se non venisse poi precisato in ogni minimo dettaglio, e la violenza di cui sarà vittima l' amica di Ewa finisce per sembrare quasi una "punizione" della sua incapacità di denunciare il Mostro. Se l'altro è anche l'altro (diabolico) tra di noi, la sua capacità di dissimulazione è terribile; e altrettanto la nostra incrollabile fiducia nell'idea che il male si possa spiegare. Invece, il male non si può spiegare.