BERLINALE 57 – "Ne touchez pas la hache", di Jacques Rivette (Concorso)

E' un Rivette di delirio e di passione, ovviamente, quello di Ne touchez pas la hache, in Concorso alla Berlinale 57. Ma soprattutto un Rivette di parola, nel senso che questa volta trova il peso specifico del suo film sulla testualità verbale, piuttosto che su quella dei silenzi, dei gesti, dei suoni. Non solo perché all'origine c'è uno dei principali romanzi di Honoré de Balzac ("La duchesse de Langeais", ma il regista francese ha preferito il titolo con cui il testo apparve la prima volta), ma anche perché Ne touchez pas la hache è un film in cui l'intangibilità del desiderio, che ancora una volta unisce i corpi e le anime rivettiane, transita per intero nella pulsione verbale degli amanti, nell'affabulazione di un amore che resta sfiorato dai sensi e esaltato nella tensione dialogica degli incontri di salotto, delle voci che si parlano attraverso la griglia di un convento, delle lettere scritte e non arrivate…

La passione è intangibile, suscitata nell'animo del giovane generale francese Armand de Montriveau dalla Duchessa Antoinette de Langeais, donna dell'alta società parigina postnapoleonica, attratta dai racconti di guerra del militare sedotta e seducente nel segno di un'intimità che concede al suo amante la frequentazione ma gli nega il contatto. Rivette insegue sino al suo epilogo questa relazione impossibile che brucia l'animo del giovane soldato e della duchessa, un calvario di desideri rimossi che finisce in un monastero di clausura e concede il contatto ai due amanti solo nella freddezza della morte. Il melodramma si consuma nel raffronto di identità, tra la febbricitante passione del generale e la doppia passionalità della duchessa, in un gioco di specchi in cui Rivette riflette di continuo i due protagonisti, in un continuo inframmezzarsi di barriere che ne impediscono il contatto (non ultime le didascalie che commentano le varie sequenze). E' un Rivette sospeso tra De Oliveira e Rohmer, vagamente ironico, preso dal piacere discorsivo di una narrazione che si adatta ai personaggi col fervore letterario della matrice, ma anche con la sensibilità volutamente poco sciolta dei due interpreti: Jeanne Balibar e Guillaume Depardieu.

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