BERLINALE 57 – "The Good German", di Steven Soderbergh (Concorso)

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La posa e il gesto, in sospensione sul bianco e sul nero di un classicismo old fashon, Steven Soderbergh riscrive il destino noir degli eroi postbellici hollywoodiani. The Good German nasce a tavolino, come il bozzetto d'antan del suo poster, iconografia innalzata a potenza espressiva. I titoli di testa scorrono spartani sul bianco e nero delle immagini di repertorio, tra macerie e visioni da Germania Anno Zero di una Berlino bombardata, poi il chiaroscuro in patinatura prende il sopravvento e disegna gli scenari ricostruiti come si faceva una volta, in studio… Alla Berlinale, dove il film ha aperto il Concorso, l'accoglienza della stampa è stata fredda (qualche fischio anche), prevedibile reazione di fronte a un'opera che si propone con la presunzione del classico. L'ambizione pertiene al cinema di Soderbnergh, del resto, e non stupisce che questo regista spesso incontri l'ostracismo. Questa volta la perplessità galleggia tra le sensazioni solitamente positive che Soderbergh ci lascia: mentre lo vedi ti accorgi di quanto diverso (per fortuna) sia il suo sguardo, che gioca a rifare il classico in vibrazione di ambiguità, rispetto all'operazione per molti versi simile – ma ben più mortuaria – fatta dagli imbalsamatori Coen ai tempi de L'uomo che non c'è. La differenza è la stessa che passa tra la posa (dei Coen) e il gesto (di Soderbergh), perché The Good German è, nonostante tutto, un film di gesti. Ovvero la verità spiazzata dall'attrazione dello sguardo, messa ancora una volta alla prova da Soderbergh nel suo cinema: dove guardiamo, quando guardiamo? Quel è l'oggetto reale della nostra attenzione? Cosa amiamo?…

Qui la patinatura classicheggiante serve a spiazzare la Storia in un trompe l'oeil che sfugge all'attenzione dello spettatore come a quella dei protagonisti. I quali sono sagome in cerca di prospettiva, formulazioni da melodramma noir che alla fine vivono nello sdoppiamento di una Berlino/Casablanca, in un "The End" notturno all'aeroporto che sfugge alle regole della citazione e diviene reiterazione del gesto. Sullo sfondo della Berlino del 1945 si muove il corrispondente di guerra Jake Geismer (impeccabile nell'aplomb yankee di Clooney), tornato tra le macerie della capitale tedesca per seguire la Conferenza di Pace di Potsdam, ma soprattutto per ritrovare la donna che un tempo ha tanto amato. Il suo nome è Lena Brandt e quel che resta di lei è incarnato da Cate Blanchett nelle movenze gravi e amare di una dark lady promiscua e dispersa nella sua tristezza. I due si ritrovano grazie al Caporale Tully (Tobey Maguire), infido traffichino da mercato nero, autista di Jake e uomo di comodo di Lena. Il destino dei tre, in realtà, è segnato da un mistero che vede Lena in bilico tra vita e morte, al centro di una storia che già riecheggia di segreti nucleari, guerra fredda e bombe atomiche prossime venture. L'intreccio procede greve, ma l'impaccio è creato non tanto dalla texture classichegguiante cercata da Soderbergh, quanto dalla scrittura di Paul Attanasio, sceneggiatore assolutamente incapace di leggerezza, lontano da qualsiasi trasparenza, come ha dimostrato in film quali Quiz Show e Donnie Brasco.