BERLINALE 58 – "Ballast", di Lance Hammer (Concorso)

Delta del Mississippi, USA.

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Ceneri di un paese che domina il mondo. Qui sembra di stare sulla Luna. O in Iraq.
Lance Hammer, regista esordiente californiano, trae lo spunto da questo spicchio desolato e depresso del sud degli Stati Uniti per raccontare una storia di quotidiana “passione”, un breve squarcio di luce su delle vite disperate, solitarie parabole che tornano a sfiorarsi solamente nel momento della caduta. Hammer ha preso i suoi attori dalla strada. La stessa strada dove da anni aspettano un lavoro perso e mai più ritrovato. Li ha presi sulla strada e lì li ha fatti recitare, nel loro habitat: li ha seguiti con la camera a mano, senza fermarsi un attimo, improntando il rapporto con loro ad un realismo quasi dogmatico. C’è aria di Dogma, appunto, non ne siamo molto distanti: nessuna musica extradiegetica, solo luci naturali o iscritte nel racconto, attori sinceri e mai oltre le righe. Manca però la sfrontatezza stilistica e soprattutto morale di un Lars Von Trier, ad esempio, e quel che resta sembra solamente un “artificio” che non porta a nulla (a differenza di quello che succede al regista di Dogville, dove la composizione formale è un mezzo forte per esprimersi), un involucro ove nascondersi senza rischiare nulla. E allora Ballast si trasforma irrimediabilmente in una occasione sprecata, un film dove qualunque strada sembra inadatta, dove non c’è né respiro nè possibilità di fuga. Le vite di Lawrence, grosso e grasso proprietario di un minimarket, di James, dodicenne problematico e con la pistola sempre a portata di mano, e della madre Marlee, che prova a farlo crescere senza lavoro e senza marito, restano chiuse, ingabbiate nel rettangolo dell’inquadratura, corpi inespressivi e svuotati di ogni carica cinematografica.