BERLINALE 58 – "Boy A", di John Crowley (Panorama)

Secondo lungometraggio per il giovane regista irlandese, tratto dal romanzo di Jonathan Trigell. Un giovane ventiquattrenne, uscito appena di prigione per un crimine commesso molti anni prima, prova a ricostruirsi una vita, protetto dall’anonimato. Resta di Intermission (2004) la tendenza a seguire la durezza del racconto, attraverso la spasmodica ricerca di immagini che esprimano la sospensione e i continui silenzi

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boy aSecondo lungometraggio per il giovane regista irlandese, tratto dal romanzo di Jonathan Trigell. Un giovane ventiquattrenne, uscito appena di prigione per un crimine commesso molti anni prima, prova a ricostruirsi una vita, protetto dall’anonimato. I suoi ossessivi ricordi di un atroce passato ed alcune fatali circostanze di vita quotidiana, faranno tornare pero’ prepotentemente a galla la verita’, spazzando via ogni proposito di ricominciare un’esistenza normale. Girato tra Londra e Manchester, il film inizialmente era stato concepito per la televisione, ma il regista ha comunque provato ad utilizzare uno stile che non si rifacesse totalmente al piccolo schermo. Crowley sceglie il racconto parallelo, sfalsato temporalmente, quello del presente e del difficile reinserimento di Jack (interpretato da Andrew Garfield, attore proveniente dal teatro) e quello del flashback, dei fantasmi che attanagliano il giovane ogni qualvolta prova a vivere spensieratamente. Un passo indietro dal precedente Intermission del 2004. Resta di quella prima opera la tendenza a seguire la durezza del racconto, attraverso la spasmodica ricerca di immagini che esprimano la sospensione e i continui silenzi. Ma ad appesantire la regia si sovrappongono eccessi di manierismi con macchina a mano, primissimi piani, tagli di inquadratura, sovraesposizioni di luce reiterate e soprattutto un apparato teatrale di base, specie riguardo la recitazione (nel cast anche Peter Mullan, un assistente sociale per i minori riabilitati), che indeboliscono quella tensione esplorativa dall’interno, arrivando a lambire una certa artificiosita’ di messa in scena. Almeno ci si tiene abbastanza distanti da quelle speranze melodrammatiche pericolosamente in agguato e soprattutto dai soliti fantasmi retorici di enfasi pedagogica, tipici del cinema britannico “impegnato”. Il coraggio e l’azzardo e’ quello di voler esplorare nuove strade narrative, piu’ vicine al cinema indipendente statunitense, senza pero’ dare la sensazione di riuscire a padroneggiare il materiale filmico che lavora sulla tensione di ogni immagine, sul taglio delle scene, sempre a staccare su quel colore grigio, plumbeo, sporco video. Raramente si prova l’emozione dell’esule: e’ cinema a cui piacerebbe lasciarci soli in un luogo senza tempo e senza nome, per una panoramica di un mondo che potrebbe essere a qualunque punto del suo (non) esistere, ma che purtroppo resta troppo attaccato ai suoi corpi da non farli spesso respirare, sospirare, soffrire, morire.  

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