BERLINALE 58 – "Corazones de Mujer", di Kiff Kosoof (Davide Sordella, Pablo Benedetti (Panorama)

corazones de mujerZina, un’italiana di origine marocchina, deve sposare un ricco arabo a Torino. Shakira, un travestito marocchino e’ il migliore sarto della citta’ e confeziona i suoi vestiti per matrimoni. Zina chiede aiuto a Shakira per risolvare il suo problema: ha paura di sposarsi perche’ non piu’ vergine. Shakira le propone un dottore a Casablanca che compie operazioni chirurgiche per “ristabilire” la verginita’. Comincia un lungo viaggio per i due. Shakira trovera’ il modo anche di fare visita alla sua famiglia e a suo figlio… Nascera’ un rapporto di amicizia e complicita’, tra la ragazza spaventata per il suo futuro da sposata e Shakira, costretta a nascondere la propria vera identita’ alla sua gente. Girato e prodotto da Davide Sordella e Pablo Benedetti, sotto lo pseudonimo “Kiff Kosoof”, nome d'arte collettivo che in arabo vuol dire eclisse. Dopo il precedente Fratelli di Sangue, presentato a Venezia nel 2006, che vantava nel cast la presenza di Fabrizio Gifuni e Barbara Bobulova, il giovane regista Davide Sordella torna al grande schermo, mentre per Pablo Benedetti e’ l’esordio nel lungometraggio fiction, dopo aver girato in passato cortometraggi e documentari. Insolito road movie che nasce dal reale incontro tra K. Koosof e un sarto travestito, in un locale di Torino. Il racconto di quest’ultimo ha ispirato i due registi: è iniziata la ricerca del villaggio d’origine del sarto e attraversando l’Italia, la Spagna e il Marocco, il viaggio si e’ trasformato in una ricerca di se stessi. "Abbiamo scritto il soggetto di Corazones de mujer pensando ad Almodovar nella speranza che ne facesse un film. Poi lo abbiamo diretto noi, ma abbiamo voluto lasciare il titolo che avevamo pensato per Pedro". Spiegano i due autori. Si parla di omosessualità, delle libertà dell’individuo. Compiaciuto ed estetizzante, questa opera atipica riesce pero’, a sprazzi, anche ad intenerire e ad accattivare dal punto di vista visivo. Girato non in presa diretta e con il color seppia predominante, rievocando comunque tecnicismi tipici del “Free Cinema” e il docufiction. Manca, naturalemente alla fine, ma questa sarebbe stata troppa grazia, quella fervida scoperta che giunge al termine di ogni viaggio e consiste sempre nel vedere con nuovi occhi. Il cinema dei giovanissimi autori italiani resta solo un innocuo esercizio di stile, con poco cuore e soprattutto carico di luoghi comuni gia’ espolrati e terrribilmente congestionati.