BERLINALE 58 – "Julia", di Erick Zonca (Concorso)

Il regista francese ritorna dietro la macchina da presa a 9 anni da Il piccolo ladro con un road-movie che guarda in maniera fin troppo esplicita a Gloria di Cassavetes. Zonca sa di avere talento e si mette (troppo) in mostra finendo per togliere intensità a una storia piena di sofferenza che alla fine viene privata del suo cuore. Brava e irritante Tilda Swinton.

Erano nove anni che Erick Zonca non realizzava un film. Esattamente dal 1999, l’anno di Il piccolo ladro. Il regista francese, che si era rivelato con La vita sognata negli angeli ottenendo la Palma d’Argento al festival di Cannes del 1998, si presenta alla Berlinale con un altro dramma al femminile che vede protagonista Tilda Swinton nei panni di Julia, una donna che soffre d’alcolismo, che è abituata a manipolare gli altri e che mente come respira. Entra progressivamente in una specie di girone infernale che la porta a rapire Tomn, un ragazzino di 8 anni e da quel momento inizia una fuga attraverso il sud degli Stati Uniti fino a giungere in Messico.

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Con Julia Zonca sembra ispirarsi in maniera diretta a Gloria – Una notte d’estate di John Cassavetes. I due personaggi femminili sono nel titolo del film. Inoltre tutta la fuga della protagonista e del ragazzino attraverso le stanze dei motel appare quasi come degli squarci da remake. Ma mentre Gloria deve difendere un ragazzino e quindi si trova nella situazione di doverlo nascondere, Julia invece prima lo rapisce brutalmente, poi gradualmente si affeziona a lui. Zonca realizza una specie di road-movie disperato, seguendo la discesa negli abissi della sua protagonista, dove la brava e irritante Tilda Swinton ha come allargato quel lavoro di metamorfosi sul suo corpo (soprattutto a confronto con alcuni suoi film degli anni ’90 come, per esempio, Orlando di Sally Potter) già cominciato con Broken Flowers di Jarmush. Rispetto a La vita sognata degli angeli però, non si avverte quella fulminea sensazione di morte. E’ come se il cineasta francese, che ha girato questo film in inglese, abbia voluto attraversare e inquadrare il paesaggio come una sorta di luogo infernale nella sua immutabilità simile al modo con cui Dumont ha guardato il deserto californiano in 29 Palms. Certo, non mancano i momenti riusciti come il potente inizio in discoteca e il successivo risveglio il giorno dopo, la scena della stazione in cui la donna non riesce a prelevare i soldi dalla cassetta di sicurezza, e la scena in cui deve fronteggiare i malviventi messicani nel traffico che avevano a loro volta rapito il bambino e le cade la pistola a terra. Forse Zonca sa di avere talento e allora si mette troppo in mostra. Facendo questo, toglie sofferenza al film, lo priva di un suo cuore. Per esempio, in una scena si mette a filmare il terreno deserto in Messico dove si sono nascosti la protagonista e il ragazzino, e indugia a inquadrare lo spazio prima di soffermarsi su Tom steso a terra. Forse è proprio su queste dilatazioni che il film si è allungato eccessivamente. E la parte girata in Messico, tranne la scena dei personaggi che si fronteggiano in mezzo al traffico con le macchine che corrono a tutta velocità, appare troppo vorticoso, più urlato che inebriato.

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