BERLINALE 58 – "Nirvana", di Igor Voloshin (Forum)

Visionario fumetto cyber-punk, eccessivo e narcotico delirio d’onnipotenza, struggente e violento canto d’addio, Nirvana del russo Igor Voloshin è un esordio sconvolgente, di quelli che non vorresti finisse mai. Viaggio allucinato nella Russia metropolitana contemporanea, ambientato tra San Pietroburgo e Mosca, quello di Voloshin è un cupo melodramma in costume, visione carnascialesca e al tempo stesso nerissima della gioventù bruciata russa: strutturato come una continua discesa agli inferi della terra, necessaria proprio al raggiungimento del Nirvana, uno stato di immensa e inimmaginabile serenità, e popolato da una nutrita schiera di personaggi luciferini (tra tutti spicca il demonio in persona, Laruss), la pellicola russa brilla sia per il suo sguardo folle e accattivante che per il suo stile maturo e deciso. Supportato da una colonna sonora dannatamente techno, con acide incursioni punk e sottili devianze pop, Nirvana racconta la storia di una struggente amicizia incastrata da un triangolo che poco sa di amoroso, una storia completamente isolata dal mondo esterno, un mondo che per giunta resta sfuocato sullo sfondo. Col suo sguardo deformato ed iper-barocco, tra raffinate scelte estetiche e violenti accelerazioni del ritmo, il regista è riuscito a delineare queste parabole folli rendondele autentiche, facendole bruciare lentamente sullo schermo come fosse il loro ultimo bagliore, catturando la vita che si sprigionava da questi angeli ribelli, questi angeli dai corpi violentati dalla droga.