BERLINALE 58 – "Restless", di Amos Kollek (Concorso)

Ci sono due storie che s’incrociano in Restless. Da una parte c’è quella di Moshe, un uomo che non è riuscito a trovare successo in Israele come scrittore e ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti alla ricerca di una maggiore fortuna. Ha però abbandonato in patria, senza alcun rimpianto, la sua compagna e il loro figlio appena nato. Dall’altra c’è Tzach, un soldato dell’unità speciale dell’esercito israeliano. Spericolato, non si tira mai indietro di fronte al rischio come se con questo atteggiamento volesse combattere contro qualche demone che lo sta ossessionando. Alla morte della madre, il ragazzo scopre alcune carte in cui c’è l’indirizzo del padre che non ha mai conosciuto. Quell’uomo è Moshe e decide di contattarlo.

Restless, “senza pace”, tra Israele e gli Stati Uniti, proprio come il suo cineasta. Il sessantenne Kollek è infatti nato a Gerusalemme, è figlio di quello che è stato a lungo sindaco di Gerusalemme. Ha militato nell’esercito israeliano dal 1965 al 1968 e poi si è laureato in filosofia e pedagogia all’ Università Ebraica di Gerusalemme. Negli Stati Uniti si è messo in luce con alcuni melodrammi al femminile come Sue (1997), Fiona (1998) e soprattutto Fast Food, Fast Woman (2000) e Bridget (2002), tutti interpretati dalla sua attrice-musa Anna Thomson. In Restless è come se Kollek trasferisca le forme di questo genere in un doloroso rapporto padre-figlio, in cui il vuoto e l’assenza vengono filmati semplicisticamente attraverso il contro-campo. In Restless si sente la teatralità nell’uso dello spazio (presenza di interni, locali) e anche le scene girate in esterno appaiono caratterizzata da una sensibile chiusura. La scena, per esempio, in cui Tzach ferisce accidentalmente un ragazzino che sta giocando a calcio (evento che causa il suo allontanamento dall’esercito) o i momenti in cui Moshe è per strada appaiono frammenti senza respiro, come se questi personaggi e il loro tormento debbano essere essenzialmente caratterizzati dalla scrittura che li ha costruiti. Segno evidente di questa tendenza sono le scene in cui Moshe recita le poesie nel locale. La parola e il luogo chiuso, forse gli unici elementi con cui lo sguardo di Kollek si trova più a suo agio. Il film però è troppo raccontato, sottolineato, esibito. E la resa dei conti finale tra padre e figlio pare confermarlo in pieno.

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