BERLINALE 60 – "Shutter Island", di Martin Scorsese (Fuori concorso)

ben kingsley di caprio e mark ruffalo in shutter island
Assolo a schizofrenia progressiva messo in mano ad un Leonardo Di Caprio di abbacinante consapevolezza e in crescente delirio paranoico, fatto interagire a turno con i pezzi di bravura dell'eccellente cast di contorno
, Shutter island conferma il movimento dell'ultimo Scorsese verso la concezione di una archeologica camera-Storia-Cinema, personal journey lungo le stanze di una Storia in cui il passato può essere appunto solo il Cinema

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Scorsese - Shutter Island
Il guaio di un classicista, quando guarda il cielo, non si chiede perché: dipinge il cielo.
Il guaio di un impressionista, di fronte al cavalletto, non sa più chi egli sia,
fermo a fissare il cavalletto.
I ricordi surrealisti sono troppo amorfi e tronfi
e quei pittori macho di downtown son soltanto alcolizzati.

John Cale, Lou Reed
Trouble with the classicists


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L'opera recente di Martin Scorsese è sempre più pura scenografia, luogo della memoria attraversato dalle suggestioni cinefile che abitano le visioni del più grande storico del cinema mai capitato dietro la macchina da presa in America.
Da questo punto di vista, complici l'illuminazione e la concezione fotografica dello stesso Robert Richardson,
Shutter Island sembra spartire con il portentoso Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino – ambientato in un periodo storico e in situazioni non troppo dissimili – la concezione di personal journey lungo le stanze di una Storia in cui il passato può essere solo il Cinema, una Storia che è già Cinema e soprattutto viene riconosciuta in quanto tale.
Scorsese non possiede più la furia iconoclasta dell'allievo, ma ha anzi il piglio, ormai puntualmente malinconico e archeologico, di uno sguardo incanalato nelle possenti e mirabili ricostruzioni di Dante Ferretti, che travalicano – forse, mai come stavolta – la funzione di
set per diventare reale veicolo dei riferimenti metacinematografici (qui, come altrove, in Gangs of New York o in The Aviator).
Alla stregua dell'inafferrabile Mick Jagger, inseguito ma sfuggente nella sfida al coperto del palco degli Stones in
Shine A Light (davvero il testo centrale dell'ultima produzione scorsesiana sia doc che fiction) è qui il segno contemporaneo di Leonardo Di Caprio a ribellarsi all'addomesticamento. Attore dalla consapevolezza sempre abbacinante, Di Caprio per tutto Shutter Island ancora una volta si sbraccia, scalpita, si svincola e si dimena nel tentativo impossibile, e in ultimo fallimentare, di autoconvincersi che possa esistere ancora una direzione, la possibilità di una storia che non sia già la Storia, il Passato come unica dimensione accettata dall'ultimo Scorsese.
Eloquente, all'interno di questa dialettica temporale tra 'passato' e 'presente' era la prima vertiginosa mezz'ora del pasticciatissimoThe
Departed: un continuo slittamento tra le traiettorie dei personaggi di Di Caprio e Matt Damon, che parevano davvero appartenere a due film differenti – il primo bloccato immobile nella stanza di Alec Baldwin, e poi costretto a muoversi solo nello spazio dei flashback incrociati con il 'futuro' del personaggio di Damon, quest'ultimo in opposta, costante 'avanguardia'.
Come nel finale di quel film, il Di Caprio/talpa che erode la cupola perfetta, laccata e dorata di Hollywood è Leonardo Di Caprio e Ben Kingsley in Shutter Islanddestinato anche stavolta alla rassegnazione finale, volente o nolente, e all'annullamento conclusivo per mano del
mezzo del futuro.
È
chiaro, dunque, come ci si disinteressi ben presto al grossolano meccanismo messo in moto dal plot di Dennis Lehane (scrittore mediocre, che sul grande schermo – vedi Eastwood e Affleck – deve puntualmente essere 'asciugato' e 'affinato' per funzionare), assolo a schizofrenia progressiva messo in mano proprio a Leonardo Di Caprio, in crescente delirio paranoico, fatto interagire a turno con i pezzi di bravura dell'eccellente cast di contorno (Ruffalo, Kingsley, Von Sydow, Ted Levine, Jackie Rorshach Earle Haley, Elias Koteas…).
Così come divertono sempre meno i rimandi 'scoperti' all'onirismo
noir da immaginario classico (Ulmer, Hitchock, Lang, con un sospetto di omaggio anche alle atmosfere poeiane del padrino Corman), che probabilmente per Scorsese rappresentano invece il motivo e il senso ultimo di un progetto che riesce a stenti a infuocarsi del sincero sentimento melodrammatico che sembra voler – e non poter – far scaturire dalle visioni più dolenti della pellicola.
Ecco, il Cinema di Scorsese sembra ormai aver perso definitivamente la capacità potentissima che aveva di esplodere anche al di fuori dello schermo, di esondare dai confini della sala per mutarsi in un caldo abbraccio condiviso, virando decisamente verso una messinscena tutta interna a una raffinata camera-Storia, di nuovo non troppo dissimile dalla sala cinematografica in cui il regista Eli Roth ammazza Hitler in
Bastardi senza gloria: solo che in Tarantino il fascio dell'immagine viene in questo modo liberato e si spande ancora nell'aria, mentre in Shutter Island la decisione, reiteratamente dichiarata dai 'pazzi' e dal finale (Europa 51?), non può che essere quella di restare internati.

 

 

 

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    20 commenti

    • pasticcio The Departed? Sei ubriaco vero? È un remake perfetto di un capolavoro, altroché…

    • Ti offendi molto se ti dico che non si capisce un acca di questa recensione? Meno fumisterie ed arzigogoli e più sostanza please. Cmq quando sento parlar male dei film di Scorsese non riesco a non pensare che sotto ci sia un pregiudizio, tanto sono curati sotto l'aspetto visivo e con attori sempre formidabili.

    • Ah mi ero dimenticato una cosa: Dennis Lehane è uno scrittore assolutamente formidabile!

    • Shutter Island è fuori concorso…

    • la sostanza c'è, eccome. Se si vogliono leggere articoli distrattamente ci sono altre migliaia di siti o riviste. Bell'articolo, davvero ben scritto. Peccato che l'ultimo Scorsese non abbia conquistato.

    • Da tempo ormai Scorsese ha smesso di creare cinema per dedicarsi alla messinscena di affreschi tanto magniloquenti quanto frigidi: mi spiace leggere da questa recensione che l'andazzo è ormai irreversibile. Si dovrebbe attuare una metaforica eutanasia artistica nei suoi confronti, sarebbe un autentico atto d'amore.

    • In effetti, il film di Scorsese è fuori concorso. L'equivoco è nato per l'ambiguità del catalogo ufficiale del festival, che scrive sezione 'Competition' e poi aggiunge 'Out of competition'.<br />

    • Giacomo Calzoni

      Penso che si possa tranquillamente affermare che gli ultimi lavori dello Scorsese "maestro" siano stati Casinò e Al di la dellà vita… Questo non significa che ora realizzi opere insignificanti o mediocri: semplicemente, il suo cinema non riesce più a essere per la contemporaneità quello che invece era per gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. E come lui, a mio avviso, molti altri (in maniera diversa, ovviamente): Burton, i Coen, Almodovar… Nulla di grave, ma è importante mantenere una certa lucidità critica che possa permettere di leggere e guardare i film senza venire influenzati passivamente dal nome del regista.

    • A me sembra più che altro una posizione molto di moda. Non si capisce perché Polanski fa "non il suo migliore ma un buon film" e ogni film di Scorsese si cercano delle motivazioni per stroncarlo. Al di là della vita fu trattato malissimo salvo poi avere una caterva di rivalutazioni. Anche Gangs of New York ha subito molte rivalutazioni in positivo. Per Departed poi, non sapendo a cosa appigliarsi, hanno contestato il senso dell'operazione remake. Io penso che semplicemente Scorsese, come tutti i maestri, non ha più il compito di rivoluzionar il cinema, ma si fa i suoi buoni film. E di questi tempi non mi sembra poco.

    • A onor del vero è alquanto modaiola anche la posizione di difendere a tutti i costi l'ultimo Scorsese nonostante lo scarso valore reale delle opere: nessuno vuole che continui a rivoluzionare il cinema (non spetta a lui farlo adesso), ma quantomeno che non persegua ancora questa idea ingessata e formalista che rende ogni sua uscita priva di emozioni reali. Va bene un cinema al di là della vita, non va bene quando è invece privo della vita stessa.<br />E per la cronaca di questi tempi di buoni film se ne vedono parecchi, anche se fa comodo continuare ad affermare il contrario.

    • Sinceramwente Rodan non mi sembra che film come Kundun, Il colore dei soldi o Re per una notte fossero migliori delgi ultimi 4. Io di emozioni reali in Gangs of Ne York ne ho provate parecchie, ed anche in The Departed, questione sogettiva evidentemente. Mi sembra che invece faccia molto comodo x farsi notare dire che l'ultimo Scorsese è scarso. La verità è che certi regisi scarsi non lo sono mai,perché sono bravi, anche se i film possono essere + o – riusciti.<br />E per la cronaca tutti questi buoni film e grandi registi in giro non li vedo, ma forse sono un passatista.

    • Guarda Anonimo (ma non hai un nome o un nickname?) posso essere d'accordo su Kundun, ma non sugli altri titoli che hai citato (in particolare Re per una notte). Per il resto sono il primo a rivendicare il diritto dei registi a non girare capolavori (anzi, il pensarlo ritengo sia un autentico male della cinefilia odierna), ma fatta salva una certa autenticità di sguardo che a mio parere Scorsese ha completamente smarrito. Permettimi a questo proposito una battuta cattiva: sarà che, proprio perché vedo tanto bel cinema in giro, non sento il bisogno di continuare a elemosinare il poco e nulla che il buon Martin continua a produrre 🙂

    • Ma sarà poco o nulla per te, ma non per tanti altri…Lieto cmq che tu trovi in gio tutto questo bel cinema, io quest'anno più di 3 0 4 non ne ho visti, e soprattuto vedo pochissimi registi davvero entusiasmanti. Come ho detto è una questione di gusti, io trovo che non sia affatto inautentico Scorsese, anzi ora che praticamente è al servizio dell'industria riesce a fare quei film da "smuggler" che tanti altri suoi colleghi a Hollywood non riscono a fare. E cmq resta inevasa la mai questione, ovvero perché di Polanski o di un altro "si accetta" che facciano solo "buoni film" e di Scorsese no? resto dell'idea che sia molto di moda per (certi) critici parlarne male, come ci sono sempre state altre mode. E per la precisazione, il mio concetto di scarso va a cose tipo Bambola con Valeria Marini, non certo a Scorsese, altrimenti o si è in malafede o non si capisce nulal di cinema…

    • ma insomma a me sembra che in questa recensione (sebbene negativa) scorsese venga comunque trattato con rispetto…. del resto dai grandi maestri è lecito attendersi di più. ma in questo pezzo emergono elementi interessanti che riguardano il cinema di scorsese a prescindere dal fatto che questo shutter sia bello o brutto… perchè soffermarsi sempre sulla presunta stroncatura? e mai su un'analisi più profonda? per Anonim: se il tuo concetto di scarso va (leggittimamente) a Bambola, allora non ci sarebbe proprio bisogno di riflettere sul cinema criticamente.

    • Lance la mia frase era riferita a Rodan che definiva scarso l'ultimo Scprsese: una cosa è criticare, ma l'italiano non è un'opinione, scarso vuol dire qualcosa privo di alcun valore, vuol dire zero.

    • Ed ecco che da una discussione dai toni anche forti ma civili si arriva alle solite accuse di non capire nulla di cinema o di non conoscere l'italiano… bravo anonimo, mi sembra che questo spieghi perfettamente la tua visione delle cose (tua e dei "tanti altri" che dici di rappresentare e che sarebbe interessante capire chi siano), decisamente inconciliabile con la mia. Buon proseguimento.

    • Non mi sembra di aver fatto un'accusa. Direi che era una battuta cattiva a una tua battuta cattiva, come da te stesso affermato. Mi sembra che il livore sia tutto tuo, e ingiustificato. Però scarso vuol dire quello dizionario alla mano, se usi quel termine mi sembra giusto sottolinearne l'incongruità, tutto qui. Siccome però l'accusa che mi rivolgi mi sembra appartenga a te, un certo fanatismo cieco che non ammette repliche o discussioni che vadano aldilà del mi piace/non mi piace, lascio volentieri questa discussione

    • La questione che pone anonimo è interessante in effetti. Non so se parlar male di Scorsese sia di moda, certo è vero che la critica ha sempre vissuto di questi momenti, ad esempio c'era un periodo in cui non si poteva che parlare bene del cinema iraniano. A me i film di Scorsese sono piaciuti un po' tutti, con diverse sfumature, e in effetti non l'ho mai trovato scarso come dice Rodan…Vedremo con quest'ultimo film!

    • infatti ha ragione Simone, la questio e' interessante. Ma non tanto sul discutere se Scorsese sia in fase calante o a carriera finita, quanto invece se sia possibile discutere il cinema di un "grande autore" senza che si venga tacciati da un lato di essere "di moda" e dall'altro di voler difendere a tutti i costi il recinto del museo… senza scatenare l'animo maschile rissaiolo che tanto infastidisce noi ragazze (giovani e meno giovani).

    • A me questa sembra una recensione molto lucida del film, avendolo visto. Non credo che The departed sia pasticciatissimo, amo alla follia Scorsese e tutti i suoi film. Ma riguardo a Shutter Island penso che sarebbe stato difficile descriverlo con più profondità e ampiezza di visione d'insieme.