BERLINALE 61 – “Crescere talvolta può essere un processo anche doloroso”. Incontro con Victoria Mahoney e il cast di Yelling the Sky

yelling the sky
Con Yelling to the sky, presentato oggi in concorso, altro debutto dietro alla macchina da presa qui a Berlino, quello della regista e sceneggiatrice americana Victoria Mahoney. Con lei e il produttore Billy Mulligan, presenti in conferenza anche le due attrici principali, Zoë Kravitz (figlia d’arte di Lenni Kravitz e dell’attrice Lisa Bonet) e la rivelazione Gabourey Sidibe, che l’anno scorso con Precious ricevette la nomination all’Oscar come miglior attrice

 

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yelling the sky - victoria mahoneyCon Yelling to the sky, presentato oggi in concorso, altro debutto dietro alla macchina da presa qui a Berlino, quello della regista e sceneggiatrice americana Victoria Mahoney. Con lei e il produttore Billy Mulligan, presenti in conferenza anche le due attrici principali, Zoë Kravitz (figlia d’arte di Lenni Kravitz e dell’attrice Lisa Bonet) e la rivelazione Gabourey Sidibe, che l’anno scorso con Precious ricevette la nomination all’Oscar come miglior attrice.

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In questo film ti sei focalizzata maggiormente sul dolore, come mai?

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Victoria Mahoney: Volevo rappresentare l’essere umano nei suoi momenti più diversi, quindi non penso di essermi focalizzata solo sul dolore, ma anche sulla gioia, l’amore, sui passaggi di transizione. Questo film è un processo di scoperta per la protagonista, che si ritrova a farsi delle domande e a prendere decisione ad un bivio tra l’adolescenza e il diventare adulta troppo in fretta. Crescere talvolta può essere un processo anche doloroso.

Questo film sembra averti coinvolto in maniera molto personale, è così?

È vero la pellicola è in parte autobiografica. Parla infatti di alcune esperienze che ho vissuto anche in prima persona, innanzitutto dall’essere figlia di una coppia mista come la protagonista, ma su questo mi sento di dire che la violenza, l’abuso o la sopraffazione non sono per forza legati all’essere di sangue misto, è qualcosa di universale, che può toccare tutti. L’essere cresciuta in un quartiere dove tutti i giorni dovevi in un certo senso sopravvivere mi ha aiutato molto in chiave di sceneggiatura.

Come hai scelto Zoë per la parte principale?

Per il ruolo si sono presentate in 200 aspiranti, ma lei ha subito dimostrato di avere una marcia in più, era elettrica, coinvolgente, scoppiettante. Quando l’ho vista ho deciso che volevo lei, era la sua parte e le calzava a pennello.

Il tuo ruolo non era facile, anzi, come hai lavorato sul personaggio?

Zoë Kravitz: Quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura e ho visto che a pagina 2 finivo vittima di un pestaggio non sapevo cosa sarebbe successo, ma quando ho visto la storia svilupparsi non ho avuto paura, al contrario, sono stata stimolata a lavorare al meglio. Poi anche io in parte sono cresciuta in ambienti simili a quelli della protagonista, quindi per me è stato semplice immedesimarmi in certe situazioni.

Dopo il successo di Precious, un altro ruolo “tosto”.

Gabourey Sidibe: Questa storia andava raccontata, è schietta, dura, ma punta diretta alla sostanza senza mezzi termini. Ognuno di noi prima o poi ha dovuto affrontare un momento di passaggio in cui ha dovuto fare determinate scelte, ha dovuto confrontarsi con qualcosa di autentico come la protagonista. Sono la forza e l’energia di questo progetto ad avermi contagiato contagiato fin da subito, è nel cinema indipendente che a volte trovi gli stimoli migliori.

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