BERLINALE 62 – I più e i meno di Berlino

I PIU' DEL FESTIVAL

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extremely loud and incredibly closeEXTREMELY LOUD AND INCREDIBLY CLOSE. Chi l'avrebbe mai detto che Stephen Daldry avrebbe potuto filmare in modo così intenso il dolore di una famiglia post-11 settembre. L'attenzione all'infanzia è quella di Billy Elliot, la letterarietà per fortuna rifugge The Hours (benché il film sia tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer) e  New York diventa un gioco di specchi riflettenti tra passato e presente. Sorpresa per il giovane Thomas Horn al suo 1° film ma è Max von Sydow che è da Oscar.

 

 

 

cesare deve morireCESARE DEVE MORIRE. Tra realtà e ricostruzione il Romeo e Giulietta nel carcere di Rebibbia. Dove le vite dei detenuti si confondono a tratti con quelli creati da Shakespeare. I fratelli Taviani si approcciano a questo lavoro quasi con un entusiasmo contagioso. La parola resta intrappolata nei muri. Con Pacino e Malle, una messinscena che si crea sotto gli occhi.

 

 

 

marleyMARLEY. Kevin Macdonald fa rivivere Bob Marley e non il suo mito. Immenso il lavoro d'archivio, ma proprio in quei filmati il cantante sembra essere nuovamente presente, rivitalizzato in un percorso certamente cronologico, in cui c'è insieme informazione e passione. Dalle testimonianze a Marley sulla scena non sembra esserci quasi mai stacco. Un esempio di come deve essere un documentario musicale.

 

I MENO DEL FESTIVAL

in the land of blood and honeyIN THE LAND OF BLOOD AND HONEY. Nobili le intenzioni, scadenti i risultati. Angelina Jolie al suo primo film da regista mostra la brutalità della Guerra dei Balcani dal 1992 anche con scene visivamente forti e da pugno nello stomaco. Ma lo sguardo va tutto sulla superficie e soprattutto i problemi sono a livello di scrittura, dove i dettagli e le situazioni sono troppo estremizzati. E la storia d'amore serbo-bosniaca, con la pittura sullo sfondo, rischia di essere estetizzante.

 

 

aujourd huiAUJOURD'HUI. L'ultimo giorno nella vita di un uomo. Il senegalese Alain Gomis gioca forzatamente sulla metafora, spinge le derive musical nei balletti ed esalta il gesto e il movimento. Cinema esasperato dietro il proprio stile, permeato dal cinema d'autore visto, assorbito e digerito male. Il viaggio in soggettiva parte disperato e finisce affannato.

 

 

 

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les adieux a la reineLES ADIEUX A' LA REINE. Dal romanzo di Chantal Thomas, Jacquot predilige una claustrofobia opprimente per portare sullo schermo la fine di un'epoca dall'interno. Spinge sulla fisicità dei suoi film d'ambientazione più moderna, la macchina da presa segue vorticosamente i percorsi dall'interno del palazzo. Ma è solo una finta rivoluzione. La Francia ha la 'restaurazione' di Che la festa cominci…Il 'cinema di papà', come diceva Truffaut, è molto più vicino di quello che si può immaginare.