BERLINALE 62 – "Quando si fa un film succede che si diventa anche amici". Incontro con i fratelli Taviani


Ottima accoglienza per il film dei due registi toscani, unica pellicola italiana in concorso. I due cineasti parlano a 360°, con un entusiasmo incredibile per questa esperienza che non immaginavano di avere a circa 80 anni. E si affronta Shakespeare, le carceri e la vita del detenuto e del personaggio del
Giulio Cesare che, a un certo punto, sembrano coincidere

paolo e vittorio taviani

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Per loro è stata un'esperienza unica, di quelle che non si dimenticano. A quasi 80 anni non immaginavano certo di girare un film dentro un carcere, quello di Rebibbia a Roma, facendo rappresentare il Giulio Cesare di Shakespeare ai detenuti. Il film, unico italiano in concorso, è stato accolto molto bene dalla stampa. E loro parlano di questo progetto con un entusiasmo quasi da esordienti.

Che rapporto c'è con Shakespeare?

Paolo: 
All'inizio della nostra vita Shakespeare era un mito. Abbiamo cercato di rincorrere la sua grandezza interpretando la realtà attraverso lo spettacolo. Nella maturità è stato sempre più irraggiungibile. Da vecchi, essendo padri, lo abbiamo trattato un po' male. Abbiamo così deciso di decostruirlo per poi ricostruirlo.

Il vostro lavoro nel carcere?

Vittorio:
Se vai dentro un carcere a lavorare con i detenuti, per forza di cose diventi anche un po' complice e si crea un rapporto di affetto. Alcuni nostri amici ci mettevano in guardia. Anche le guardie di sicurezza ci dicevano: "Guardate, anche a noi dispiace che loro soffrono, ma c'è qualcuno che sta peggio proprio a causa loro."

Come vi siete avvicinati e che ruolo ha avuto Fabio Cavalli?

Paolo: 
Fabio Cavalli è stato determinante nell'incontro con questi attori/detenuti, lui, attore che sta dedicando la sua vita nel fare "teatro in carcere". Facendo i provini è venuta fuori la vera natura dei loro personaggi.

Che rapporto c'è tra la vita dei detenuti e i loro personaggi nel
Giulio Cesare?

Vittorio:
Il momento più importante è stato quando queste persone, che sentono il loro dramma, riescono a far emergere individualmente e collettivamente i personaggi del Giulio Cesare. Il loro premio poi è il colore. Nel momento in cui si spengono le luci, si può finalmente gridare in maniera teatrale. E allora lì recitano come in un palcoscenico. E attraverso il cinema dobbiamo dare l'idea di quello che rappresentano.

Quale può essere un desiderio sull'importanza di questa esperienza come eredità e soprattutto cosa lascia
Cesare deve morire?

Paolo:
Sarebbe importante estendere questa esperienza. Speriamo che questo film possa contribuire a guardare con più attenzione alla situazione delle carceri non solo in Italia ma in tutto il mondo. Ci piacerebbe poi che questo lavoro possa arrivare al pubblico e commuovere. Così, poi quando ci sono le elezioni, ci pensino due volte prima di dare il voto al Cesare sbagliato.  

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Un commento

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    Ma come sono i film a Berlino? Belli, brutti? E sui Taviani che posizione ha Sentieri? Si può sapere qualcosa di più o ci dobbiamo accontentare delle dichiarazioni e dei flash sull'accoglienza?