BERLINALE 63 – "Bambi", di Sébastien Lifshitz (Panorama)


A parte la difficoltà del dover affrontare, in un periodo storico non proprio progressista, la sensazione di essere nata in un corpo sbagliato e la presa di coscienza a soli sedici anni di voler essere sicuramente qualcos’altro, quello che spiazza osservando il film di Lifshitz è quel coraggio tinto di bianco con cui Bambi ha combattuto la sua battaglia. Il documentario è sostanzialmente il suo diario segreto e lei la regina assuluta della narrazione come un tempo lo era della scena

What else should I be? All Apologies. Così chiudeva il suo ultimo album, ormai non pochi anni fa, il cuore pulsante dei Nirvana, Kurt Cobain. Quello che successe dopo, purtroppo, è storia. Storia per quei poveri stomaci affamati che si nutrivano della sua musica e della sua intelligenza: ad un tratto sono rimasti senza risposte, sperduti in un mondo che fa paura dove, una voce amica, riesce forse a convincerti che non è poi così male essere se stessi, con tutta la dose di dolore che questo comporta. Stare fuori dal mucchio non è facile per nessuno, né se sei il frontman di una delle band più importanti di sempre né se sei una donna, nata in un corpo di uomo, in Algeria nel 1935. Il paragone è inevitabile. Le solitudini si innamorano perdutamente e di certo anche, e se Cobain avesse incontrato Marie-Pierre Pruvot, in arte, Bambi, sarebbero stati sicuramente buoni amici.

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Bisogna compiere uno sforzo e cercare di raccontare Bambi diversamente da come si potrebbe fare usando una sola parola proprio come ha fatto il regista francese Sébastien Lifshitz, nel documentario che racconta la vita avvincente e in qualche modo spericolata di questa donna straordinaria. A parte la difficoltà del dover affrontare, in un periodo storico non proprio progressista, la sensazione di essere nata in un corpo sbagliato e la presa di coscienza a soli sedici anni di voler essere sicuramente qualcos’altro, quello che spiazza osservando il film di Lifshitz è quel coraggio tinto di bianco con cui Bambi ha combattuto la sua battaglia. Il documentario è sostanzialmente il suo diario segreto e lei la regina assuluta della narrazione come un tempo lo era della scena.
Si perché il suo inizio, una volta deciso di lasciare l’Algeria, fu proprio come ballerina al Caroussel di Parigi, dove è rimasta per circa vent’anni per poi scegliere la via dell’insegnamento, dopo il conseguimento della laurea alla Sorbona, passando per la delicata operazione che ha concluso il processo di affermazione della propria femminilità.
Il film contiene diversi video girati da lei stessa in super8 in tutti questi anni, alcuni appartenenti alla sua dimensione personale altri a quella lavorativa. E tutti, proprio tutti, odorano di donna come neanche il famoso Chanel numero 5 di Marylin Monroe. Bambi ha seguito fino in fondo cio’ che sentiva di essere anche se evidentemente non lo era e questo film é il suo delicato e definitivo modo di raccontarsi.
Cos’altro avrebbe dovuto essere?

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